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Literatura en México

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Cinco Décadas de Cuento Mexicano. Antología. Perea, Pitman, Taylor, Tedeschi, Valenzuela

Storia dell’ossessivo (Italiano)

Francisco Segovia



In Romania considerano rimedio contro un vampiro “spargere chicchi di miglio sul suo corpo, poiché, prima di uscire (dalla tomba), vorrà contarli uno ad uno”. La prevenzione contro le streghe-vampiro di Sardegna consiste in “lasciare un cane o un gatto morto di traverso davanti alla porta di casa. Prima di entrare, la strega investirà un buon numero di ore contando tutti i peli del corpo dell’animale. (...) Potrà essere acciuffata allo spuntare del sole”.

Anthony Masters, "Storia naturale dei vampiri".

Non dovrei dirlo, ma forse può servire per capire un po’ meglio quello che sto per raccontare: sono lessicografo, amante dei libri e appassionato delle lettere (delle lettere, non tanto della letteratura). Mi piace seguire le piste di una parola attraverso altre mille, ne seguo le tracce con autentico impegno fino a quando perdo l’orientamento. Ho la puntuale mania dell’assoluto, che suole lasciare gli uomini nella penombra polverosa della indeterminazione.

Dai miei antenati – duchi, conti, gente comune – ho ereditato l’abitudine eterna di contare fino all’ultimo i peli di ogni gatto che trovo sulla soglia di una casa. Mi sono sforzato di ricavare qualche profitto da questa esaltazione viziosa ed egoista e sono riuscito a trasformare il fascino dei miei avi in una professione filantropica: la lessicografia. Comunque, ho alterato la neutralità dell’ordine antico: nessuno dei miei progenitori ha conosciuto neppure il significato della parola destino; io, invece, ho imparato a leggerlo fin nelle più piccole minuzie e adesso mi occupa il cuore e la mente con la sua insolenza interminabile.

I teologi, eruditi, maestri, macellai, netturbini e altre persone di oggigiorno sono d’accordo su una cosa: non ci sono più oracoli. A me – una mosca bianca per la professione e l’inclinazione che in me rinnova una famiglia molto antica – suona ancora più strano pensare il contrario. Ho detto che la tonante voce del cosmo si può ancora ascoltare tra le strade delle grandi città e che gli oracoli non hanno taciuto, che l’infinito ha la lingua sciolta e che adesso parla di più e meglio di prima. Questo mi ha fatto guadagnare l’allontanamento dei miei simili, quando non l’incomprensione o l’esplicita diffidenza. Dirò brevemente come è stato.

Qualche anno fa ho avuto una fidanzata dalle guance di fuoco e molto bella. Fu la prima il cui bramato collo ho imparato a rispettare, sopportando persino il rigore che mi imponeva la dieta casta e fedele delle galline. Ma tanto cuore leale e servile è stato insufficiente: lei non ha saputo comprendere la mia paziente opera di astinenza né contenere l’urgenza del suo primo rimprovero. L’inerzia, con la sua sete di eternità, fece il resto, insaziabilmente. Per non rispondere al sangue con il sangue, mi volsi verso il silenzio e l’oscurità. Nel fitto di questa segreta acquiescenza nebbiosa ho trovato la mia fidanzata, astratta e pura, meno provocante nelle scintille intenzionali della carne ma più piena di calore e di vita. La mia salvezza e quella della mia fidanzata esteriore stavano lì, nel fondo del mio cuore esangue. Ma fuori, nel popolato mondo dei mortali, io ero solo timidezza e paura. Così iniziai a detestare questa figura fatta di finzione e mi detestai alla luce del sole, nel mondo dove ascoltai dire alla mia fidanzata: “Cosa ti è successo? Prima eri un uomo molto sicuro di se stesso...”

Io guido per dimenticare. Siccome l’alcol e le droghe mi sono funeste – e potrebbero anche essere mortali –, ho imparato a disinteressarmi di qualsiasi offesa immergendomi in questa attività ambigua – mescolanza di concentrazione e atto meccanico – che è guidare un’automobile. Mi diranno che questo è “evasione” e che poco onore si può ottenere da ciò. D’accordo. Ma ho visto le galline soffrire meno di fronte alla morte se prima hanno accettato di bere un po’ di cognac. Con i tacchini natalizi succede lo stesso: la loro evasione ha maggiore buon gusto del duro sacrificio dei realisti. Riconosco che questo argomento culinario in favore di un atteggiamento morale conviene più a chi mangia che a chi è mangiato – per questo lo faccio io, e non la gallina –, ma qualsiasi uomo sensato ammetterà che non conviene in ugual misura agli evasori e ai realisti.

La sera in cui la mia fidanzata pronunciò la sua crudele accusa di insicurezza, io guidavo l’automobile in cui viaggiavamo, così ho potuto sprofondare la testa e fare lo gnorri. Fissai lo sguardo sulla targa dell’automobile davanti. Era dello stato di Puebla – o forse di Oaxaca – e aveva le seguenti lettere: TMM (ti-emme-emme). All’improvviso ascoltai la mia voce, fuori di me, che diceva: “Temimi. Temimi, amore.”

Non so se lei sentì l’avvertimento, ma arrivato a casa e chiusa la porta dietro di me mi fischiavano ancora le orecchie. E mi buttai su di lei. Ricordo che gemeva, gridava, piangeva, agitava il delizioso collo. Svenne.

Ma, veramente le è successo qualcosa come quello che descrivo? No, tutto ciò accadeva a me, era nel mio corpo che si appagava il furore, nel mio corpo e non in quello di lei: niente si alterò nel mondo naturale.

Devo aggiungere che non l’ho amata per unirla alla mia famiglia e che non bevve del mio sangue né ricevette da me “il battesimo del vampiro”. La mia passione non ebbe l’attaccamento rituale che avrebbe potuto iniziarla alla mia vita e alle mie abitudini. La iniziò, invece, a qualcosa di molto più vasto e segreto, a una indifferenza che io ignoro e alla quale non posso iniziarmi perché mi respinge.

Quando ebbi appagato l’ancestrale avidità dei miei avi, mi separai da lei baciando le sue labbra fredde. Salii sull’automobile e girai per la città senza meta fissa. Ma la fosca esaltazione della carne non si era calmata e arrivai ad ascoltare la mia voce, nuovamente fuori di me: “Va bene, amata mia, sia come vuoi tu: sperimenta il mondo che mi è proibito; prendi da me quello che non posso ricevere da te. Va bene, amata mia: seccati”. E la ricordai, gelata, sul letto, mentre leggevo una nuova targa: SKT.

Fermai l’automobile finché continuava l’eco barbaro della parola terribile. Alzai gli occhi al cielo e chiesi: “Dei dell’Ade, è questo il destino?” E sfilarono davanti ai miei occhi TSO (Teseo), SLN (Selene) e l’audace EKT (Ecate). “È possibile? È possibile?”

Mi inabissai nella rada boscaglia di un parco per non assordarmi e rimasi lontano dalle voci per un’ora. Inoltrata la notte uscii dal mio nascondiglio disposto ad affrontare il vocio. Centomila piccoli demoni si unirono in un chiasso confuso. Arrivai a capire, comunque, che – tra messaggi perduti, accuse, insulti e consigli insolenti – si burlavano di me a loro agio: IVK (invecchia), SPK (si pecca), EKT TPS ATO (Ecate ti piscia, ateo), SKT DSD (seccati desiderio), TRM (tormentati), SLN BRT (Selene è brutta e greca). Leggendo l’ultimo zero di una targa come la lettera “o” si poteva capire: OBDC (Obbedisci)...

Tanto chiasso, comunque, non fu inutile. Esercitai e perfezionai la mia lettura fino a capire che le prime lettere che l’oracolo mi aveva destinato (TMM) non avevano la semplicità che io supponevo e che non solo potevano leggersi “temimi” ma anche –oh dei del fato! – te-emi: “temi”.

Verso l’alba ho potuto invocare la mia fidanzata morta. Siccome volevo evitare che altre voci si intromettessero nella nostra intimità, scelsi una strada solitaria e triste per aspettare la sua risposta. Le mie forze svanivano con l’infittirsi della notte e mi assalì una leggera nausea quando iniziava a schiarire. Un’automobile si fermò vicino a me e il guidatore mi chiese del fuoco per accendere una sigaretta. Glielo diedi precipitosamente, sperando di vedere la targa miracolosa: uno strano messaggio, composto da una insolita combinazione di lettere e, in mezzo, l’aborrita croce sulla quale hanno crocifisso i miei amori: TMI (ti amai).

Lo stesso guidatore ha potuto vedere, allontanandosi, come svenivo. Mi raccolse e mi portò a casa. Da allora non esco. Mi sono dedicato ad una recondita lessicografia e sono tornato alla pietosa dieta delle galline.

Da allora leggo tutto, anche se con timore, con tremore.

Traduzione italiana di Bianca Iacoboni
 
Fuente: Dal libro Conferencia de vampiros. México, CREA/SEP, 1987. Cuadernos de la Orquesta, 3.

 

 

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