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Cinco Décadas de Cuento Mexicano. Antología. Perea, Pitman, Taylor, Tedeschi, Valenzuela

Voci, navigazioni, tempeste (Italiano)

Alberto Ruy Sánchez



Per diverse strade vanno gli uomini. Chiunque li segua e li confronti assisterà alla nascita di strane figure. Queste formano una parte della scrittura segreta che tutto permea e in tutto può essere percepita: sulle ali che si spiegano, sul guscio dell’uovo, nel movimento delle nuvole, nella neve, nei cristalli e nelle pietrificazioni, sulle acque congelate, all’interno e all’esterno delle rocce, delle piante, degli animali, degli uomini, nella luce notturna degli astri, su una superficie di vetro strofinata e incollata a un’altra di resina, nella curva che formano le limature intorno a un magnete e nelle sorprendenti coincidenze del caso. In tutte queste figure si indovina la chiave di una scrittura occulta, la sua grammatica, ma questa intuizione non accetta di ridusi a forme fisse e di convertirsi in chiave di lettura generale. Si potrebbe dire che un solvente universale – l’alkahest degli alchimisti – si sparse sui sensi degli uomini. Solo per alcuni istanti i loro desideri e pensieri sembrano prendere corpo. Così nascono i loro pensieri e un istante dopo tutto torna confuso ai loro occhi, come prima.

Novalis

La pioggia rompe all’improvviso la calma secca della sera. Le sue mille voci che si inseguono e si alternano sommergono minuziosamente ogni conversazione. Bloccano nello stesso tempo un combattimento di cani e una coppia che faceva l’amore alle intemperie. Le finestre gridano, i tetti gridano, gli alberi gemono mentre le foglie si agitano e sul pavimento l’acqua cade sull’acqua come una sommossa che ne calpesta un altra.

La sera è diventata musica confusa e una donna corre come un fascio di luce che entra rapido in uno stagno. L’allegria sulla sua faccia non solo la rende più bella, obbliga a pensare che non si preoccupa di bagnarsi; corre ma non per scappare dall’acqua, qualcos’altro la chiama. E’ come un fiume esile che confluisce in uno più grande e lo incrocia senza mischiarsi.

Percorre la pioggia, la attraversa. Diciamo pure che la guarda dall’alto perché i suoi passi calpestano il riflesso della pioggia che vede per terra. A volte, qualche goccia le scivola oltre la testa e le spalle incurvate le lasciano cadere lungo tutta la schiena per finire, attraverso lo stesso passaggio, in un canale più profondo. Allora, un brivido dopo l’altro le ricordano che piove persino dentro di lei.

Il pacco di fogli che cerca di proteggere con le mani e il braccio è un mucchio di lettere avvolto in una busta gialla, accompagnato da altri fogli scritti con la stessa grafia quasi illeggibile, sbiadita. Vede che il suo nome abbandona la carta, lo vede quasi fluttuare sull’acqua. Una piccola parte le rimane tra le mani: il pollice che schiaccia una goccia d’acqua sulle lettere e il colore mezzo inondato che fugge ai lati. Allo stesso modo si lascia scappare i fogli del pacco e così compare sulla sua pelle una impaziente legione di capre che cerca di nutrirsi con le parole imprigionate in queste lettere.

Ora, per far capire che tipo di ondosità inumidisce i suoi movimenti, devo spiegare che prima di leggerle ha aperto la porta con un solo giro di chiave, ha guardato il tavolo e sparso con cura la carta sul legno. Ha posto così rapidamente una spiaggia perchè il suo sguardo impaziente alla fine vi si posasse. Da una parte, quattro lettere manoscritte in carte diverse. Dall’altra, un pacco più grande di fogli che dicono nella prima pagina: voci dall’acqua.

Prima lettera. Il foglio più giallo. La calligrafia più esaltata. Senza data. All’inizio, il suo nome, leggibile solo da lei.

La sera di dicembre in cui la pelle delle nostre spalle raccolse una delicata carezza di terra scura, a pochi metri dai nostri corpi intrecciati, la riva bassa del cimitero cominciava a essere mangiata, come tutte le notti, dall’avanzare amoroso delle onde. Cinque croci affilate che rivelavano tombe sommerse sembravano graffiare la superficie dell’acqua, che, mentre il giorno moriva lentamente, assumeva un tono irritato di pelle arrossata. A quel punto il vento maltrattava la nostra nudità allo stesso modo. Il suo fischio gelato ci impose il momento di sciogliere braccia e gambe e farla finita con la piccola morte a cui ci abbandonavamo.

Prima che la linea nera dell’orizzonte si allargasse a tutto il mare e a tutto il cielo, fissavamo lo sguardo su una vela bianca che si agitava bruscamente al fondo. Si distinguevano appena i marinai in movimento. La vela sembrava affondare ma sfuggiva solo momentaneamente ai nostri sguardi per risorgere dal suo nascondiglio invisibile tinta di frettoloso crepuscolo. Era un’immagine il cui contorno vibrava: dall’essere una chiara piuma d’oca fissata nella pancia della marea, diventava subito vomito fluttuante di drago. La fiammata bianca durò tre battiti di ciglia. Credemmo che la nave fosse discesa seguendo il movimento della notte però, come scoprimmo più tardi, giunse – ago su una tela – al riparo della banchina.

Dato che il freddo insisteva a chiuderci i pori, ci rivestimmo. Abbandonando il cimitero ci scoprimmo circondati da mille puntini luminosi che punzecchiarono la notte – occhio di granchio e fosforo che fuggiva dalle tombe. Il fragile velo nero con le sue luci intermittenti mostrava, involontariamente, l’andirivieni delle nostre emozioni: anche in noi qualcosa di muto e palpitante che pareva fuggito da quelle tombe verso una vita diversa. Tremavamo come se il vento fosse rimasto nei vestiti, volesse lasciare la sua ansia nelle nostre ossa e guidare i nostri passi.

Abbracciati camminammo fino a dove non si scorgevano più le sagome delle tombe. Cominciammo a bagnare le parole in un bar del porto. Fingemmo una cascata di liquidi bollenti per mettere in fuga l’aria intrusa e appropriarci del nuovo stato dei nostri corpi. Un bruciore ci correva per la gola. Lasciammo scorrere le bevande – brocca di pelle con due bocche – come se la nostra veloce inondazione propagasse qualche incendio.

Seconda lettera. Vari fogli di diverse dimensioni. Una grande macchia sul primo. La scrittura diventa illeggibile fino alla fine. La data è scritta due volte, una sull’altra.

Dopo tanti mesi di silenzio ti spedisco infine la lunga lettera che mi chiedevi. Se ho cominciato descrivendoti nel foglio precedente uno degli ultimi momenti che abbiamo trascorso insieme, non era per festeggiare qualche eruzione della memoria, anche se l’infezione dei suoi liquidi continua a inumidire come un profumo scadente i fogli che hai in mano. Quello che vorrei è raccontarti con calma la catena di avvenimenti ed ossessioni che a poco a poco mi hanno intrappolato per questo tempo. E’ vero, puoi credere che tutto questo sia un mucchio di pretesti e giustificazioni per non averti scritto prima. In realtà è più un tentativo noioso di raccontarti, quasi all’orecchio e con un’inevitabile goffaggine, i canti, muggiti e zampate di una strana forza che attraversa ballando questa specie di reclusione. Se torno a parlarti dell’ultima sera che passammo al cimitero di Sète, vicino al mare, è solo perché da lì cominciò ad abitarmi, ostinata e coperta, la stessa sensazione che mi colpisce ancora adesso.

Quando mi vedevo nella nudità dei nostri corpi che rotolavano dolcemente fra fiori secchi e lapidi di sabbia, irrompevano nei miei occhi furie, oggetti, ricordi. Sentì il primo brivido quando pensai che noi apparivamo, in quella sera di Sète, come una cosa che muore e si trasforma in un’altra: una parodia. So che tutto questo non suona molto chiaro ma non posso dirlo in due parole perché io stesso non comprendo ancora cosa significa questa sensazione di recitare uno scherzo macabro di ciò che avevo vissuto e voluto fino ad allora.

Era come se nel tempo ogni minuto non fosse la successione di un altro ma la sua parodia. Come se tutte le cose si trasformassero ridendo di quello che erano prima. Era come credere che la farfalla impara a volare per burlarsi del presuntuoso bruco, o che la schiuma di un’onda sulla sabbia è la risata che gli provoca il ritirarsi dell’onda precedente. Il ghiaccio vuol far notare la bruttezza dell’acqua e il vapore il suo brutto carattere. Un pene in erezione è la risata beffarda del suo momento blando, però uno già flaccido si burla di quello duro con una mimica più espressiva. Qui a Mogador raccontano che il mondo fu creato ridendo a crepapelle; che lo fecero nove divinità, che avevano tre teste in ogni corpo. I nove se ne stavano a prendersi in giro l’un l’altro, come sempre facevano, fino a che qualcuno ebbe l’idea di creare una cosa strana, che era la caricatura della sua vittima. L’offeso rispondeva con un nuovo sgorbio degli altri dei. Allora qualcuno replicava dando vita a un gatto tisico o a una rana pipistrello che non era più solamente il ritratto grottesco di qualche dio ma anche la burla della caricatura precedente (cioè, della creatura precedente). D’un tratto i nove dei si trovarono a creare piante strane e pestilenti, pianeti secchi, buchi neri nell’universo, ajolotes, virus, cani piccoli e commestibili. Scherzi successivi che ci hanno fatto nutrire l’illusione che alcuni animali discendessero direttamente da altri, o che sono la loro bella evoluzione, quando qui tutti sanno che l’uomo è soltanto una scimmia sbagliata con in più le caratteristiche ridicolizzate di qualche dio. Questa scena dell’ultima creazione si conclude, secondo quello che dicono, con un’esplosione di euforia di cui si sa solo che le risate arrivarono a mozzare il respiro e a far diventare paonazzi alcuni volti. Le tre teste di ciascuno dei nove dei iniziarono a parodiarsi fra loro, poi ogni appendice e continuavano ancora a ridere fino alla più piccola delle loro parti. Poiché il mondo continuava a crescere intercalato in questa agitata confusione, presto si smise di distinguere chi imitava chi e dove iniziava il movimento.

All’improvviso distinsi la parentela grottesca di tutte le cose e io stesso a volte vedo albergare nella mia pelle meccanismi mutati. Qualcosa mi abita da quella notte e non è mai uguale a se stesso. Le cose in me si susseguono sfumandosi fino ad assumere lineamenti trascurabili. Sono esposto senza volerlo a questo percorso incessante di un serpente d’acqua dai mille corpi successivi. Dall’interno mi modella ogni volta in modo diverso ed esce senza pretesto, mettendosi, mettendomi in qualsiasi altro corpo; penetrando attraverso occhi, o parole; distendendomi sulle fessure del pavimento; inseguendo ciò che insegue la vista; obbligandomi ad avere di me immagini che non sospettavo.

Ciò che vorrei descriverti è questa sensazione di liquido multiforme, di estesa permeabilità. Il susseguirsi del tempo – e del mondo nel tempo – come interminabile parodia è soltanto la forma visibile di questa corrente, il suo aspetto peggiore.

Se potessi mantenere lo stesso stato d’animo, almeno mentre scrivo, non riceveresti varie lettere ma una sola, stabile, in cui ti descriverei con calma gli incidenti banali, piccoli, che dalla sera nel cimitero fino a stamattina mi hanno permesso di recuperare ciò che ora ti spedisco insieme a queste lettere.

Terza lettera. Questa è la penultima serie di fogli piccoli nel primo pacco. C’è carta di due colori. Ogni lettera è rotonda e precisa come in un manoscritto copiato più volte. La data è recente e segnala più di un mese di differenza dalla lettera precedente. La visione di ogni pagina produce uno stato di calma che lascia pensare a certi paesaggi e a certi movimenti.

Ormai solo due o tre sogni agitati mi fanno sentire come quando scrissi ciò che hai letto fino ad ora. Ricomincio ma con propositi più semplici. Credo che passerà presto il tempo di quelle sensazioni. Te lo dico perché provo una certa vergogna per l’esaltazione delle pagine precedenti.

Ci lasciammo a Sète quella notte e il giorno dopo mi imbarcai sull’Agadir, si chiamava così la nave marocchina che mi avrebbe portato a Mogador. Salendo portavo a spasso la tua immagine e lì si mischiò con qualcosa che non avrei mai creduto. Non ho bisogno di spiegarti in che modo stridessero i gesti dei francesi del porto con quelli dei marinai arabi. In loro riconoscevo qualcosa di molto familiare e allo stesso tempo molto distante. Non è necessario che ti spieghi che estremo conforto mi procurassero i loro sguardi, la loro vicinanza, la disinvoltura delle loro approssimazioni labirintiche.

Quella notte mancava soltanto il cibo per aggiungere allo stato d’animo che coltivavo dal cimitero sulla spiaggia, il gusto delle piccole esplosioni che arrivano con un condimento straniero. Attraverso la bocca giunse il più ineffabile dei turbamenti e attraverso la bocca se ne sarebbe andato fino ad assumere la forma del silenzio. Era l’alba quando entrammo nel Golfo del Leone. Eravamo diversi passeggeri nella cabina di un marinaio ad ascoltare una lunga storia di patti e scioglilingua, quando ebbi il primo presentimento che il fantasma del Golfo, il mal di mare, mi era saltato alla lingua. Non ricordo di aver mai avuto una lingua più spaventata. Le contrazioni mi torcevano ancora lo stomaco quando già non vi era più in lui neanche l’idea di qualche umida briciola. Persino il ricordo del cibo era rimasto a galla, all’intemperie agitata. Piccole materie perse fra le mascelle delle onde che sembravano morderci. Provai a raggiungere il mio posto in barca, con il mezzo aiuto di un marinaio che pure era sul punto di vomitare.

Scendemmo per sei lunghe scale, dato che viaggiavo in terza classe, molto presto al di sotto del livello di galleggiamento della barca. Poi mi abbandonò, proprio quando si cominciava a sentire l’impatto dell’odore che fuoriusciva dal mio compartimento collettivo. Eravamo circa ottanta persone in una stanza con file di poltrone semi reclinabili. Ovviamente non c’erano finestre. Su ogni sedia era piegata una coperta con il nome della nave. Era come una sala del cinema senza schermo né uscita d’emergenza.

Quasi tutti lì erano lavoratori marocchini che tornavano nel loro paese dopo aver prestato servizio a lungo in Francia. Credevo di essere l’unico con la lingua in subbuglio ma arrivando allo scompartimento mi resi conto che ero uno di quelli messi meno peggio. La gente correva all’unico bagno e non arrivava mai in tempo. Se qualcuno ci riusciva si rendeva conto che lì tutto traboccava proprio come noi. Ci si doveva buttare sul pavimento perché stando seduti si moltiplicava l’agitazione della bocca. Una volta per terra, sotto o in mezzo alle poltrone, importava poco dove si mettesse la faccia. Era tanto difficile rimanere in un solo posto che persino le pasticche e le supposte che ci diede un medico si rifiutavano di rimanere nei nostri corpi. Alcuni dicevano che il freddo era più forte di quello di qualsiasi nevicata. Non finiva mai; niente dava calore neppure per un istante e, siccome stavamo giustamente sulla punta della barca, dove la forza delle onde picchiava, ricevevamo i colpi del mare in tormenta quasi direttamente sul corpo. Neppure il movimento aveva mai fine: ogni colpo era l’avviso inevitabile del seguente.

Poi c’era la puzza, che era ciò che maggiormente provocava questo delirio degli alimenti. In più, ricordo ancora con orrore il modo tipicamente arabo in cui i miei compagni cantavano disinibiti le loro confidenze tormentate. Ricordo con esattezza questa massa di rutti lenti ed eccessivi che cominciavano con un colpo secco e terminavano con uno ripetutamente fluido. Nessuno teneva per sé un rumore; nessuno avrebbe potuto.

Diversi uomini piangevano con i propri figli in fondo allo scompartimento. Due donne tatuate pregavano gridando, quasi volendo vincere con il rigore delle proprie parole l’insistenza delle onde. Con le ginocchia e la fronte sul pavimento, sollevavano la testa e tornavano a sbatterla per terra. Chi le vedeva chiudeva gli occhi; ma neppure gli occhi potevano restare in una sola posizione a lungo.

Mi costa fatica continuare a raccontarti quella notte. Pensa che durò così tante ore che giunse un momento in cui non aveva più importanza il tempo. Non si poteva dormire, né riscaldarsi né ignorare la puzza o sentire il fracasso delle bocche che imitavano il mare. Eravamo sommersi in quella tempesta degli intestini che parevano scuotere il mare più di quanto non fosse vero il contrario. Era una contrazione dell’addome che si estendeva paurosamente al mondo. Era il mondo scosso dall’agitarsi di vari “serpenti intestini” depositati nel più fragile angolo di una barca.

Quella volta il sonno non discese con la notte, era più una perdita di sensi generale quello che veniva. Non era dormire, era quasi uno svenimento. Le contrazioni continuavano. Le donne che pregavano in arabo proseguirono a colpire il pavimento e persino nelle palpebre potevamo sentire i loro colpi sommati al nostro sforzo per mantenerli chiusi.

Neppure ciò che venne dopo fu propriamente il sorgere del giorno. Non è giorno quello che segue alla notte in un buco. Però era come se cominciasse un’altra cosa; qualcosa come l’arrivo di qualcuno che si aspetta da tempo. Quando aprii gli occhi tutti gli altri se ne stavano lì calmi. Chi sa quante ore erano passate. Ormai nessuno ignorava le reazioni più elementari dell’altro e ora gli sguardi si intrecciavano con riconoscenza. Tutti avevamo cantato e ora raccoglievamo i nostri granelli di voce dispersi fra gli altri.

In fondo alla stanza, attorno a un uomo si era fatto un circolo. Otto o nove persone lo ascoltavano. Muoveva le braccia e la danza delle sue dita era così eloquente che quasi mi permetteva di indovinare alcuni dettagli delle sue descrizioni in arabo. Di tanto in tanto, coloro che lo ascoltavano liberavano una parola indecisa e lui negava o assentiva. Chiesi a qualcuno di spiegarmi questo racconto e poco a poco mi diede i tratti di una breve epopea marina. Si trattava di una nave rara che il nostro narratore, Ibn Jazàn, giurava di aver visto due anni prima, in questa stessa rotta, dopo una tempesta.

Quest’uomo teneva tutti imbronciati attorno alla sua narrazione. Se non capii male, ci fu un tempo in cui le città del Mediterraneo cacciavano coloro che non rientravano nella logica tracciata per le strade. I cittadini pagavano i marinai perché li prendessero con loro e li buttassero in mare. A volte succedeva che, dopo alcune settimane di navigazione, siccome la logica del mare era opposta a quella della strada, diventava difficile distinguere gli espulsi dal resto della ciurma. Così, in una di queste navi rimasero solo quelli che gli arabi chiamavano “gente senza angoli”. Gli abitanti dei porti iniziarono allora a parlare di una nave che conoscevano grossolanamente come “La nave dei pazzi”. Ibn Jazàn diceva di averla vista sorgere all’orizzonte diffondendo una musica pungente e monotona. Tutti gli chiedevano dettagli. Non so se capì quello che diceva o quello che preferivo capire. E’ certo che mettevo nelle sue immagini le mie. La storia lontana della nave mi piaceva.

Però in meno di un’ora si scatenarono di nuovo le preghiere in risposta alla crescente litania turbatrice delle onde. Pensa all’orrore di tutti quando videro che ricominciava quello che credevano terminato. Questa volta i colpi furono più lievi ma il tormento della gente e i suoi gemiti più forti. Una donna e i suoi due figli si legarono alla cintura con la stessa corda per non restare separati quando si fosse spezzata la nave. Un ragazzo pallido scese giurando e gridando che aveva visto il capitano e il suo aiutante che piangevano in preda al mal di mare. Le due donne tornarono a lanciarsi a terra afflitte e i pochi uomini ancora in grado di articolare parole si unirono a loro.

Non mancò un missionario preso di mira, certamente cristiano, che avrebbe voluto fare un sermone raccontando la vita della santa monaca portoghese, quella che salvò dalla tempesta i marinai di una nave in cui trenta donne andavano alle coste della Barberia per pagare un grande riscatto per i loro mariti. Raccontò che gettarono in mare un panno con le reliquie della santa e che, immediatamente, intorno al pacchetto che galleggiava si creò un alone di tranquillità nell’acqua. Crebbe a poco a poco e quando il pacchetto giunse all’orizzonte l’armonia si componeva in tutto il mare e il cielo. Raccontò che all’improvviso sorse il sole e la terra era in vista come se volesse accogliere con gioia la nave.

Quando il missionario addolciva di più il suo finale sperando di dare ottimismo ai passeggeri e all’equipaggio, questi si disperavano ancora di più. Tutti parlavano gridando e meno male che neppure lo sentirono perché, forse, lo avrebbero messo con le reliquie e tutto il resto in acqua, per vedere se era tutto vero.

Persi i sensi più in fretta di prima e ricordo solo di avere sentito con insistenza nelle grida della gente che ci stavamo trasformando nella nave descritta da Ibn Jazàn. Sono sicuro che prima che i miei occhi si arrendessero pensai molto a questo.

Mi svegliai nell’infermieria della nave. Mi graffiò il sole filtrato e riflesso da una bottiglia di siero che batteva contro il telaio metallico di una finestra. So che non ci si può fidare di tutto quello che si vede, ma lì, in lontananza, c’erano delle vele arancioni e un albero alto pieno di foglie. Un buffone con dei sonagli impigliati nei capelli si arrampicava sull’albero per staccare un pollo arrosto che pendeva dai rami. Era l’albero della conoscenza del bene e del male, aveva detto Ibn Jazàn, ma io notai su questo, inoltre, quattro caproni arrampicati che si mangiavano le sue foglie. La nave appariva piena di gente e non era facile capire il senso del suo spostamento. Decisi di salire in coperta per vederla meglio e con gli altri, ma in un attimo la persi di vista. L’ultima cosa che ricordo è il colore chiaro di un lungo asse che usciva da un’estremità della nave, mentre un frate goloso e una suora che cantava la tenevano sulle loro gambe come se fosse un tavolo. Un mucchio di ciliegie vi rotolarono sopra fino a gettarsi in mare. 

Il medico della nave arrivò tranquillizzandomi. Mi offendeva la sua sicurezza. Disse che tutto era soltanto frutto della mia immaginazione accesa dalla debolezza del corpo e uscì dall’infermeria dicendo a voce alta, con gesti retorici, da attore: “Sì, gran mare colmo di deliri!” E sbattè la porta dopo avermi quasi gridato: “Il vento si alza…bisogna cercare di vivere!”

Altre otto persone nella nave avevano visto il veliero. Però tutti e nove fornimmo testimonianze molto diverse e persino contraddittorie di ciò a cui credevamo di avere presenziato. Capisco che in quel momento sia stato difficile crederci. Allora pensai che, anche se è vero che tutti eravamo molto deboli e forse propensi al delirio, sebbene inoltre quella nave sia un fantasma, è certo che navighi, per lo meno, in un mare immaginario che si estende fin dove ci troviamo noi che l’abbiamo vista.

Questa navigazione sospetta e meno personale di quello che pensai allora era parte della traversata che iniziò per me la sera del cimitero e, in qualche modo, finisce con lo spedirti il pacchetto di racconti impossibili sul passaggio della nave e le voci che da questa vengono, che devi avere insieme a queste lettere.

Quarta spedizione. Un foglio piccolo datato un giorno dopo le due precedenti.

Questa traversata delle cose e delle persone che mi toccano dentro, l’ho vissuta come convergenza, magma, confusione. Desiderandoti ed evocando la tua immagine, accorsero mille fantasmi a popolare questa nuova zona di invocazione. Le notti della nave estesero i limiti di questa zona fino a quando la persi all’orizzonte. Forse la mia necessità di percorrere i porti per raccogliere tutto quello che mi dicessero della nave era un modo di tornare a toccare questo territorio perduto sul quale direttamente o indirettamente regni. Oltre non posso spiegare nulla. Ciò che è certo è che terminando la mia raccolta di voci mi sentivo come chi disegna un cerchio in aria e per chiuderlo avevo bisogno che tu leggessi tutto questo.

Arrivando al porto di Mogador – più tardi ti racconterò il mio stupore nell’entrare in questa città fortificata, magica e inaccessibile come te – mi sorprese che tanta gente mi parlasse della nave. Al minimo cenno cominciavano a raccontare quello che ne sapevano, così ne presi nota e misi insieme ognuna delle storie che seguono. Quasi tutti mi parlavano dei marinai della nave. Mi sorprendeva che potessero conoscere con tanta precisione le loro vite. Però una donna me lo spiegò chiaramente: “Qui, prima di vedere la nave di cui lei parla l’abbiamo sentita. Il vento del mare porta sulla costa un mucchio di rumori dai quali sappiamo che ci sta passando vicino. Quelli che lo ascoltano per la prima volta si spaventano, gli altri corrono per salire sulla torre del forte per sentire meglio o vanno verso l’estremità del molo. Quando lì, in lontananza, si comincia a vedere un puntino, la gente con vista buona dice che su questa nave hanno la bocca aperta, che vengono ognuno raccontando a voce alta la propria vita, i propri dispiaceri. Tutti parlano insieme, così che le storie si confondono. Per questo i racconti che ci arrivano sono rimaneggiati. Però dopo tutto ognuno sente il racconto che può e vuole sentire, così che uno resta sempre più o meno contento quando passa la nave.*

Traduzione italiana di Elena Ritondale

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LIBRI DI ALBERTO RUY SÁNCHEZ (CNL-INBA)

"El jardín de voces", in voce dell'autore (UNAM) 

Lettura nella PEN American Center (YouTube)

"Luz del desierto". Lettura (20éme edition du Festival des Lettres d'Automne
 
Fuente: * Dal libro Cuentos del Mogador. México, CNCA, 1994. Lecturas Mexicanas, Tercera Serie, 89.

 

 

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