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Literatura en México

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Cinco Décadas de Cuento Mexicano. Antología. Perea, Pitman, Taylor, Tedeschi, Valenzuela

La fidanzata segreta (Italiano)

Álvaro Ruiz Abreu



In una terra profonda io ebbi una fidanzata molto povera:

inusuali occhi di solfato di rame.

Si chiamava Maria; viveva in un suburbio,

e fra noi non ci fu nessun ombra di disturbo.

López Velarde

Passi, si sieda per favore, vicino alla finestra se lo preferisce, questa casa è un po’ scura, la verità è che vivo sola, la mia unica compagnia era mia sorella Adela ma è morta da sette anni, da allora la casa mi sembra meno abitabile, a volte tetra, con un odore di cose passate, vuole bere qualcosa? Il ritratto che ha di fronte è suo, era molto bella, rimase vedova negli anni venti e dato che io ero sola ci siamo unite, solo la sua morte ci ha separato. È stata una piacevole compagnia . La ricordo con il cappello bianco in una passeggiata durante una merenda a Lomas Verdes, da dove si vedeva l’acqua grigia del fiume. Lei mi costringe a tornare a un altro tempo, e ad altre persone, alla città che condividevamo, ad amici comuni, come le dirò, alle cose che desideravamo in una stessa epoca e in uno stesso luogo. Glielo dirò una volta per tutte: uno appartiene agli anni della sua infanzia e della sua gioventù, non mi guardi così, so quello che dico; quello che viene dopo forse è molto più solido, persino eterno ma è solamente un’estensione di quello che uno ha visto in quel primo periodo della vita, non le sembra? Quante volte mia sorella mi ha detto che dovevamo cancellare il passato, togliercelo di dosso, e anche se ho tentato, è stato impossibile. Mi resi conto che le mie intenzioni si scontravano con alte barriere. Cancellare il passato! Non è così facile, perché in qualche modo, durante il giorno, si nasconde nello sguardo e nella notte ci appare nei sogni.

-Anita ti sei dimenticata i tovaglioli, puoi darne uno di stoffa al signore…Luis Echegaray, è così, stavo dimenticando il suo nome e cognome, viene dal giornale, si, certo.

Questa donna è una santa, ancora ce ne sono, anche se gli anni l’hanno affaticata, non vincono contro di lei; in varie occasioni le ho detto, Anita, torna al paese con i tuoi nipoti, che ci fai qui? e lei così orgogliosa e regale rimane in silenzio; la sua risposta è che si alza tutti i giorni, compreso la domenica, alle sei e mezza, tutta in ordine scende in cucina, fa un po’ di rumore con le padelle, le pentole, i piatti, per prendersi il suo caffè. Chissà quante tazze si beve, mentre ascolta per ore e ore boleri alla radio, rallegrata dalle canzoni. Sicuramente le ricordano cose, luoghi. Come quando si ricorda di mangiare, senza programma né orario. Bene, scusi, cosa le stavo raccontando? Ah, sì, della gente che ho conosciuto all’epoca di José Ramón.

Se ho capito bene quando mi ha chiamato al telefono, lei vuole sapere come conobbi José Ramón, ah, anche cose della sua vita che aiutino a chiarire la sua opera e certi aspetti mal compresi della sua biografia. Spero di poterla aiutare; sono passati molti anni come può vedere, e senza dubbio continuo a mantenere un bel ricordo di quell’ uomo magro, dal volto triste, e gli occhi bassi, sempre interrogativi, sulla faccia come due piccoli fari con i quali sembrava mandare segnali a distanza; e la sua bocca dalle labbra sottili, degna di una grande saggezza; se era allegro? Guardi l’umorismo gli è mancato sempre, ma l’intelligenza gli avanzava. Lui andava a messa, certo; con passo fermo, vestito elegante, cappello dello stesso colore, al calore del tropico, entrava in chiesa, come chi va ad una cerimonia. Prima e dopo la rivoluzione. Si immagina! Lui combatteva dalla trincea scritta; animatore di riviste studentesche, fondatore di quello che sostituì la Rivista Azul, autore di editoriali corrosivi, sembrava nato per le cose belle e definitive, e gli è toccato vivere in un tempo spaccato. Ohi, che dico, non voglio raccontarle tutto quello che il mondo sa di lui, dell’immagine svalutata o forse esatta che ha costruito la storia, così propensa a ingrandire o rimpicciolire gli uomini, anche a causa di critici che seguono vento, sebbene a volte in senso sbagliato. Io vorrei, e lei mi scusi, poter farle un ritratto che esprima in maniera fedele l’uomo e l’artista, e che rifletta quell’epoca, che ho vissuto intensamente; qualcosa di simile alla cronaca di ciò che eravamo e che non torneremo ad essere mai più.

Le dicevo che tutte le mattine mi sveglio e guardo la mia anticamera di legno antico, che riceve la luce azzurrata che filtra attraverso la tenda e rimbalza sul metallo del letto; mi sembra di aprire gli occhi negli anni della rivoluzione; fermo l’udito e comincio ad ascoltare la messa in moto del motore delle macchine, il ronzio degli aerei, comprendo che stiamo arrivando alla fine del XX secolo. Ma in che tempo vivo! La mente, nonostante conosca bene l’itinerario, si perde nei labirinti del passato; può fare alcuni giri, senza dubbio si trattiene in quegli anni dei movimenti armati, del naufragio da cui era necessario scappare ogni giorno perché la vita era in pericolo. Vivevamo nell’aria, come sospesi, ma –annoti questo per favore– ancorati alla speranza. Anche se è qualcosa di perduto, sappia che io la sento, severa, come se battesse forte, nelle caviglie, e allora io non posso allontanarla: è la speranza che solleva tormente nella quale si perdono o si salvano gli uomini e le loro passioni. Lei ci permise di scorgere il futuro, nonostante fossimo vicini a una catastrofe. Come le dirò, non è possibile spaventarla, staccarla dallo spirito di quegli anni, nemmeno strapparla ai miei occhi attuali. Ah, signor, Echegaray, che bello averla qui, affinché raccolga il mio testamento: la storia che desidero raccontarle. Tenga in conto, eh, che non mi è mai piaciuto farmi vanto di aver conosciuto un poeta della bravura di José Ramón, con il cui sono stata sul punto di sposarmi.

Ah, le dicevo che la speranza è l’unica cosa che mi ha mantenuto sveglia in quegli anni di tanti pericoli, perché la vita si perdeva in questione di un secondo, con ragione o senza.

José Ramón si donò non a una causa, questo è impoverire la storia, ma al futuro che vide nei mattini, in cui aspettava l’alba costruendo immagini dell’amore e degli innamorati, del corpo e i suoi battiti, fece versi per il sogno e per la morte. Non visse nella bambagia, fu vittima del suo tempo; ebbe, come il Salvatore, diverse cadute dalle quali si rialzò, meno dall’ ultima che lui sapeva essere quella della sua propria morte. Questa epoca, le dico, non posso allontanarla da me: è il tema al quale mi hanno legato gli anni, per questo sono rimasta in questa solitudine senza uscite. Cosa siamo in Messico? Oblio e puro rancore, non crede?

Ohi, vedo che le piacciono le aracee , si figuri, anche a me mi sembrano eleganti, per svegliarsi con loro e tornare a sognare; il loro profumo è dolce, molto stimolante per i pensieri. Per José Ramón erano i fiori dell’inquietudine, della bellezza non condivisa, ma integra, trascendentale; ma certo lui poteva fare poesia a qualsiasi ora. Il suo colore preferito era il bianco, nonostante i suoi critici credano che il nero lo abbia accompagnato sempre a causa dei colpi che subì. Non lo so. Un vero poeta trova utilità in uno specchio rotto, in un angolo lugubre, in un fiore spigato e libero come i gigari; nella tristezza e nell’umorismo, in un pomeriggio insipido, nell’aroma del caffè della mattina, in un sigillo aperto. Ohi, questo volevo spiegarglielo più avanti, non ora, spero che non le importi, già vede che da una cosa si passa ad un’altra, anche se non è dello stesso luogo e della stessa epoca. Guardi questo vaso stile giapponese, un gioiello del XIX secolo, dei pochi che conservo, un regalo di mio padre, ma cosa dico,un’eredità sua, gli piaceva molto, e anche questa ceramica e questa lumaca d’argento.

Forse le servirà questa informazione: la piccola città di inizio secolo, nella quale José Ramón e io siamo nati, era un porto, arrivavano molti oggetti dall’estero: ceramiche, lampade, cristalleria, formaggi, gioielli, la seta e il vino. Anche riviste dalla Spagna, Francia, Italia, Olanda, che ci servivano per informarci su altre forme di vita, ah, ci piaceva sognare un altro mondo, guardarlo era già un modo di iniziare il viaggio. Mi piacevano quelle di moda europea. Era una cosa normale che la gente avesse questo mondo a mano, anche se non era necessariamente benestante. Mio padre, vede, era un notaio che raggiunse una buona posizione, richiesto in quasi tutto lo stato, cosicché a noi non mancò né la scuola né altro. Ah, mio padre! Duro come quelli del suo tempo, rigoroso con le donne di casa, alle figlie impose usi, costumi, educazione. Dalla testa quadrata, retto e disciplinato; sotto i suoi occhiali d’argento, nascondeva uno sguardo contagioso. Si, fu un funzionario al servizio del regime porfiriano, non lo negò mai. La sua maggiore debolezza fu quella di cercare di non corrompersi, di essere onesto in un paese che non conosce questa parola; per questo forse non giunse a essere ricco; era essenzialmente un uomo con principi; cattolico moderato, rispettoso degli altri, con idee fisse sulle donne, il sesso, la politica, la società e l’origine degli uomini, amante della scienza. Lo ricordo difendendo l’ordine e il progresso, fino a che la realtà l’obbligò a cambiare; lo ricordo nella sua vecchia Ford, in cammino verso il futuro, un pomeriggio in cui ci portò a vedere per la prima volta il mare, mi sembra di ascoltare un’altra volta il fruscio della brezza come un pianto che si trascina nella caduta delle onde. In quella sabbia, nell’afa d’autunno, e lui con soprabito e cappello, lo crede? Bene, seppe uscire dal “suo” mondo e allearsi alla marcia della rivoluzione, ma troppo tardi.

Vado di fretta o forse a salti; Scusi, ad ottantatre anni una vorrebbe dire tutto quello che ha visto, esprimere le sue impressioni in un colpo, così, come chi sa che già non c’è tempo per altro. È come il suo lavoro, giovane Echegaray, assediato dalla fretta, dal timore delle ore e dei minuti, vero? No, non si preoccupi, alla mia età mi rimane una certa saggezza per aprire gli occhi e sentire che mi stanno sfiorando la pelle il rumore e l’assurdità; sì, mi costa fatica capirli, ma non sentirli nella loro goffa vitalità.

Accetta la mia proposta? Allora iniziamo a capirci. Bene, l’uomo che è rimasto nella mia memoria era silenzioso ma deciso, per niente provinciale come le dicevo; un cattolico che difendeva le idee più progressiste del suo tempo. Il suo passaggio nell’attività della cultura locale, e poi nazionale fu decisivo. Il profilo sgraziato, senza grazie né splendore, che lo mostrava piccolo è un’altra cosa. Oltre che nell’aspetto, io credo che si deve cercare la spiegazione del suo temperamento nel fatto che veniva dal XIX secolo, e nella disillusione, di certo molto grande, che gli causò l’omicidio di Madero, l’unico apostolo in cui credette. Così la vedo. La sua vita si spezzò a partire dal 1913; prima era sicuro della rivoluzione sociale, spirituale del Messico, dopo credo che vide solo il caos. Tornò a dedicarsi a una causa: quella dei costituzionalisti, ma l’omicidio di Don Venustiano, fu più forte della sua salute e della sua volontà. Morì, come tutto il mondo sa, l’anno dopo, giovane; si lasciò morire? Forse, aveva solo 33 anni.

Le dico, la sua personalità dobbiamo cercarla in quei lunghi anni di guerra civile rivoluzionaria, così confusi, e nel suo spirito libero, interiore, capace di vedere l’invisibile, come un mago; era un essere delicato nei modi, voglio dire, nelle passioni, ma risoluto nelle questioni politiche e con una sensibilità quasi unica, alla fine la sensibilità propria di un poeta, vero?

Dove l’ho conosciuto? In uno dei pomeriggi delle passeggiate domenicali in Plaza de Armas; dopo la messa delle sette e mezzo, era tipico uscire sulla piazza e cominciare una passeggiata; credo fosse settembre, il mese in cui la terra si riscalda, il calore e l’afa si installano nel cielo e nelle strade, nelle nuvole e nel fiume, e niente e nessuno poteva evitarlo. Un caldo d’inferno che la pioggia non riesce ad attenuare ma aumenta, nien’altro; Io lo avevo visto qualche altra volta nella chiesa del Carmen, serio, protetto dal suo sguardo lontano, inafferrabile. Ma in quell’occasione, stava in visita dal dottor Palavicini, amico di mio padre, un giornalista molto conosciuto a quei tempi, a Città del Messico; così José Ramón era accompagnato da Palavicini che lo presentò:

-Ho qui un vero poeta, che sicuramente già conoscerete, essendo del posto- disse, e scoppiò in una risata entusiasta.

Io vidi da vicino un ragazzo che al massimo aveva ventidue anni, strinse la mano di mio padre, quella di mia madre e per ultima la mia, nella quale si soffermò un istante. “È un uomo semplice, ammiratore delle cose belle, una vera promessa per la nostra poesia, non lo dimenticare”, ripeté Palavicini a mio padre. Forse fu uno sguardo improvviso, un presentimento, la questione è che senti che i suoi occhi mi scrutavano, li aprì con tutta la forza della sua anima e vidi in loro, anche se non lo crede e le sembra banale, una luce lontana, discontinua, l’incarnazione del desiderio che mi stava chiamando.

La piazza era l’unico posto dove si guardavano di fronte uomini e donne, giovani e vecchi, in una città così piccola e isolata, calda come se l’avessero messa in un forno, ma molto bella. Era un parco e una piazza, un respiro e un incrociarsi di destini che ti permetteva indovinare la presenza delle acque del fiume. Da lì era possibile vedere le imbarcazioni che correvano lungo il fiume; e le barche che attraccavano, di tutte le misure, buttando fumo e fischiando, animate forse dalla propria vocazione marittima. Che sia più precisa, sì, d’accordo, signor Echegaray, ma mi tradiscono le parole. In questo parco che aveva tavoli e sedie per sedersi intorno, si ordivano piani politici, amori e disamori, si, nei caffè della piazza i commercianti, i proprietari terrieri, gli impresari di barche e di zuccherifici facevano affari, frugavano nell’anima della terra. Che altro ci fu in quel giorno, niente, la presentazione, i saluti, qualche frase sulla politica, e altre ironiche sulla condotta di mio padre.

In questo posto, si figuri , il lunedì era uguale al martedì, e il mercoledì era identico al giovedì, senza dubbio la domenica era diversa, o così sembrava a noi: tutto si copriva di colori, era fare giri e giri con la certezza che così avremmo incontrato il nostro destino. Dopo, già di sera, ci aspettava il circolo, in un piano alto della via principale, l’orchestra suonando come se chiamasse i parrocchiani, che arrivavano obbedienti alla chiacchierata, al ballo, alle bevande, al pettegolezzo. Il circolo! Il centro delle feste più varie, fu anche scenario di discussioni politiche, quando lo scontro fra porfiriani e seguaci di Madero fu inevitabile. Mi sembra di perdere in quel salone padre e madre, fratelli, amici, e al fondo appare come uscito da una battaglia, trionfante, José Ramón, con il suo vestito nero. Candelabri enormi, con tavoli art decò, con tende e ringhiere da cui si riceveva qualche volta l’odore acido delle sponde del fiume, della terra putrefatta delle paludi.

La domenica pomeriggio la città passeggiava per Plaza de Armas; bene, li ho passato i momenti più eterni della mia gioventù, che non si toglieranno mai dalla nostra mente, che siano stati eccezionalmente buoni o disastrosi, vero? Io ero una bambina, non ero ancora per i fidanzati; credo che nel mese d’aprile ne avevo compiuti quattordici, non si preoccupi per favore, che ancora non è successo niente; lui fu sempre una persona educata, anche se per qualcuno è stato un timido che non meritava di chiamarsi poeta. Non li convince molto l’immagine di un uomo che non fu un trovatore che andava per il mondo in cerca di donne, rivoluzioni, relazioni e fama, qualcosa tipo bohemien. Né quella dello scrittore senza applausi né premi, che non scrive su incarico, trincerato nella sua vanità, ma per una necessità intima.

Credevo di vedere nella sua maniera d’essere, la presenza stessa di tutto quello di cui il nostro tempo aveva bisogno. Mi regalò questi versi: “Passano i tuoi occhi nella notte in rovina, e l’anima nei prati senza rugiada”.

Le dicevo, da quel pomeriggio, non fu possibile allontanare il suo sguardo dalle delle mie notti e dai miei giorni; passò quell’anno, si, quello del trionfo di Madero, dopo seppi che José Ramón aveva frequentato Francisco in diverse occasioni, prima che arrivasse alla presidenza, quando attraversò tutto il paese, facendo amicizie, creando i club antirielezionisti. Quando il signor Madero decise di chiamare la nazione a sollevarsi con le armi, José Ramón fu presente, forse collaborò alla redazione del Piano di San Luis. Però queste cose le seppi dopo; del tempo di cui le parlo, in cui lo conobbi e in cui iniziammo a frequentarci, la cosa più importante è che se ne andò. Sparì dal nostro stato e si stabilì a Città del Messico, suo sogno e suo delirio. Mio padre commentava la mattina durante la colazione interminabile che si serviva in casa con alcuni vecchi amici, che molti rivoluzionari erano già alle porte del palazzo aspettando compensi, e li giudicava avvoltoi rapaci, falsi profeti che il paese doveva condannare. Una mattina mi portò il giornale e mi chiamò.

-Maria, voglio che tu veda una fotografia -disse dal salone-, vieni, figlia.

-Dimmi, che succede, sei preoccupato, c’è un’altra rivoluzione?

-Niente di ciò, guarda questo ragazzo che appare insieme a Madero, Pino Suarez, non è José Ramón, il poeta che ci presentò Félix?

-Si, è lui, però non ha niente a che vedere con quegli “avvoltoi”di cui parli tanto, José Ramón è diverso.

Disse lo spero, nient’altro. Però, cose della vita, conservai il ritaglio di giornale, ancora lo conservo in una scatola di cioccolato del Globo, può vedere José Ramón, già che le interessa tanto, insieme ai puri, i puri, nonostante la sua fede e la sua religione. Dopo gliela mostrerò, d’accordo? Quello che mio padre scoprì dal giornale io lo sapevo dalla sua stessa voce. Ma sto andando troppo avanti, è che si dimentica tutto a questa età. Avevo rivisto, evidentemente, José Ramón in quella stessa piazza, senza i miei genitori, quando passeggiavo con mia sorella e le mie amiche; vedevo la sua figura alta e allungata, le sue mani affilate, lo sguardo nel mio, mi salutava, fino a che superò la timidezza, si avvicinò e mi parlò. Io ero una signorina che non capiva bene quello che stava succedendo in Messico e nel mondo, ma mi piaceva ascoltare quello che diceva, con quel timbro di voce da baritono, secco e deciso. Mi accorsi della lotta che stava per iniziare nel paese fra quelli che volevano cambiare le cose, e quelli che si afferravano alle vecchie; vidi attraverso le sue parole che gli uomini non si dividono in buoni o cattivi, ma in sciocchi e liberi. Ascoltarlo era rinfrescante, conversare con lui era come andare a scuola e apprendere, apprendere a godere delle cose che ci ritroviamo davanti e che non vediamo e non capiamo; lui poteva parlare con una semplicità tutta particolare di letteratura francese, e tenerti contenta un giorno intero, raccontava storie di scrittori e libri del XIX secolo, molti dei quali lessi, e imparai a memoria. Mi citava autori di qua e di là, ricordo che mi spiegava poesie di Victor Hugo, che leggeva in francese, e sapeva a memoria la storia di molti romanzi, come quelle di Il Rosso e il nero, di Madame Bovary e di Le memorie dell’oltretomba, di cui conservo questa frase che lui mi scrisse: “Si direbbe che il vecchio mondo finisce e che il nuovo comincia. Vedo i riflessi di un’aurora il cui sole non vedrò alzarsi. Solo mi rimane sedermi sul bordo della mia fossa, dentro cui scenderò audace, con il Crocifisso nella mano, verso l’eternità”. È bello, vero?

Tutto questo è abbastanza comune per qualcuno che si dedica alla letteratura, non per me. Mi sembravano eccezionali il gusto e l’intelligenza con i quali viveva in questo mondo, la forma di goderne, ah, e il senso con cui contagiava la sua esperienza agli altri. Poeti ce ne sono molti, e continueranno a nascerne, ragazzo. Però di poeti che parlino al mistero che c’è nello sguardo di una donna, ne ho conosciuto solo uno. Se ne andò da qui perché vide che non sarebbe andato avanti se restava nella piccola città provinciale che tanto avrebbe ricordato nei suoi versi. Se ne andò con tutto, famiglia, fratelli, zii, genitori; era il maggiore dei suoi quattro fratelli e visse tormentato per il destino di ognuno di loro. L’aveva chiamata la rivoluzione del signor Madero. Lo vidi prima di partire, ovviamente, ma non fu facile, soprattutto in quei giorni in cui la città restava in attesa, perché ancora il governatore porfiriano no se ne andava.

Qui appare un’altra persona, mia cugina Rosi Mestre, che fu sempre sensibile a quello che succedeva; in quei giorni, servì da collegamento fra José Ramón e me. Lui viveva negli abissi della notte, nei gruppi, io penso alla deriva. Lei mi porto un messaggio firmato di pugno e con la calligrafia di José Ramón, che mi diceva, desidero congedarmi da te prima di andare verso Città del Messico, vederci, ma è necessario prendere alcune precauzioni. Credo che Madero fosse già entrato, trionfante, a Città del Messico, e Díaz andava di corsa in Francia, ma nella nostra provincia il maderismo fu tardivo. 

Bene, quindi vincendo molte vigilanze, la prima quella paterna, andai al quartiere di San Benito, alla cappella dove a volte andavamo a messa, quando la cattedrale diventava per noi un pozzo di rumori in cui ci guardavano dissimulando, ma in maniera insistente. Il quartiere era carino, solitario, con case di tegole, pitturate con calce; alle sette di sera, come lui mi aveva indicato, trovai solo l’ambulante di banane arrostite che lanciava alla notte un lungo grido, senza consolazione; c’era un vecchio pino nella piazzetta e i tulipani erano svegli. Aspettai e i minuti diventarono insopportabili; l’orologio della cattedrale suonò le sette e mezza; furono dei rintocchi puliti, che rimbombavano in me e pensai spero che non l’abbiano preso. Si, ero preoccupata per lui; ricordi che erano quei giorni in cui si fucilava un uomo in piena strada, senza processo né niente, solamente per considerarlo sospettato di militare in un gruppo contrario. Si faceva tardi, stavo per andarmene, quando apparve e mi chiese scusa, ma subito chiarì che non era potuto uscire prima dal centro maderista perchè la polizia del falso governatore, che fu necessario cacciare a calci da qui, credeva che la rivoluzione era una cosa della capitale, e che nessuno avrebbe calpestato l’ordine; era un piccolo dittatore.

Lo trovai preoccupato, come se sospettasse di tutti, entrò e si volto indietro come se qualcuno lo avesse seguito, si sedette un momento in una delle panchine della piazzetta. Io credetti che si trattava di qualcosa più serio e pericoloso, non gli uscì la voce educata di altre volte ma frasi improvvisate.

-Maria, devo andarmene, però porterò con me i tuoi occhi e le tue parole- mi disse e in realtà volevo svenire.

- Se solo mi spiegassi la situazione, cercherei di capire, cosa succede- cercai di interrogarlo.

-Qui siamo in pericolo, così la mia famiglia è decisa; andiamo a Città del Messico, il mio punto di arrivo, dove la rivoluzione è una realtà, il signor Madero ha bisogno di quelli che hanno creduto nel cambiamento, nella libertà e nella democrazia; sento di essere parte di questo progetto.

-Allora cosa faremo, José Ramón- gli dissi.

-Solo amarci ci è permesso; devi avere fiducia, io tornerò molto presto, e ti scriverò a casa di tua cugina Rosi, d’accordo?

-Come vuoi. E si avvicinò alla mia faccia, presentì nei suoi occhi profondi, che mai dimenticherò, la personificazione della bontà e la tenerezza. Ci abbracciammo così lievemente, quelli erano altri tempi capisce? Mi accompagnò per quattro strade verso casa mia, e quasi vicino al circolo sparì. Lo persi di vista; corse in direzione del fiume, sicuramente il suo rifugio.

Passava il tempo ma non la mia passione per José Ramón; imparai a leggere il giornale tutte le mattine, per seguirlo nella distanza. Il paese continuava a bruciare. Nelle notti vedevo José Ramón, ascoltavo la sua voce, recitavo i suoi versi. Ricevetti la sua prima lettere; non lo crederà signor Echegaray, ma la conservo e non l’ho mostrata a nessuno. Può darsi che lei che si interessa tanto alla vita di un grande poeta, alla sua dignità e alla sua estetica, che non conobbe altro successo che la sconfitta in un paese dove si premia tutto, sia la prima persona a leggerla. Sapevo qualcosa di lui, perché in un giornale, dopo che il governatore porfiriano del nostro stato scappò e finalmente arrivò un rivoluzionario, apparse il suo nome. Lo stesso Don Francisco lo nominò segretario di un processo; ma in realtà era scrivano del ministro della giustizia. Se mi permette un momento, e si arma di pazienza vado a cercare quella lettera. Guardi, eccola, si, maltrattata dall’oscurità di un cassetto, ingiallendo d’ombra, però si può leggere, visto che le interessa tanto; bene, mi immagino che un ricercatore della cultura è attratto da questo tipo di cose. Si, si, signore, è solo un giornalista però è anche quello che le sto dicendo, e non mi piace adulare nessuno in maniera gratuita.

Città del Messico, 9 dicembre 1912

Maria dei miei smarrimenti:

Alla fine ho un momento libero e un posto dove vivere, ora posso dedicarmi a te, anche se in tutto questo tempo hai palpitato costantemente nei miei ricordi. Non ti immagini quello che è stato adattarsi a questo tempo confuso; mi hanno portato da un ufficio ad un altro, vedevo il segretario del Ministro tale e dovevo aspettare la sua risposta, e dopo tutto un giorno d’attesa, niente, “che torni tra una settimana”. Trovai, in più, una città che girava su se stessa, convertita in un’ombra empia. Nelle notti, stravolto dall’angoscia, tornavo nella casa di Avenida Jalisco, cadevo in una specie di sonno eterno da cui non desideravo svegliarmi. Era la stanchezza. La mattina ascoltavo il traffico, le grida degli ambulanti, il rumore del tram, venivo alla luce come un viaggiatore viene dalle ombre. Palpitavano la strada e il passo lento delle macchine tirate da cavalli. La vita era nella mia retina, azzurra e svestita, mentre suonava nell’orologio del mio pensiero. Allora appariva l’altra sponda del fiume, la torre della chiesa e in fondo tu e le tue scarpe nere.

In quei giorni mi sembrò di constatare che nel volto di ogni uomo e di ogni donna c’era l’immagine della speranza. Madero non è un’utopia, raggiungere l’impossibile, ma è una realtà alla quale vanno dando senso il carbonaio e l’ elettricista, il contadino zapatista e quello villista. Madero è uno spirito dei nostri tempi la cui missione sembra restituire alla nazione il colore che aveva perso durante gli anni della dittatura. Madero, adorata Maria, ci entusiasma e a volte sconcerta per i nemici che ha lasciato a casa, però senza dubbio, la sua causa trionferà e si imporrà nell’anima di quelli che credono nella parola. La sua missione non è solamente sociale, va più in là dell’apparenza: i messicani del 1912 non desiderano, sarebbe ridicolo vederlo in una maniera così limitata, pane e giustizia, ma imparare a sognare un’altra vita, avere un pezzo di cielo nuovo. Non è una chimera ma l’incontro dell’uomo comune e corrente con la sua storia.

Ho passato il tempo osservando una città che ancora non si riprende dalla paura di aver vissuto una rivoluzione, anche se non gli è toccato oltre che la vittoria. L’entrata del signor Madero nel 1911, gloriosa, mi sembra più che un avvenimento sociale e politico, è stato il ritorno del paese alla sua natura più sana: l’inizio di un tempo nuovo, di un rinascimento che le prossime generazioni si occuperanno di valorizzare.

Voglio dirti, pallida Maria dagli occhi notturni, che mi piacerebbe tanto rivederti, che condividessi con me questa esperienza del cambiamento e della vita nuova che è iniziata in Messico. Dalla nostra piccola e lontana patria, devi sporgerti con traboccante illusione, con amore impaziente, sui giri di valzer abbiamo fatto con il mondo. Da qui mi è sembrato di vedere la tua pelle dipinta nei pomeriggi rumorosi del quartiere. Scrivevo, mentre leggevo nei cieli che i vulcani illuminano, il tuo corpo inamidato. Nella sua lontana presenza l’ Ajusco entrava dalla mia finestra con la sua luce verde e azzurra e mi parlava di te, della ceiba eterna, delle stalle e dei ruscelli in cui siamo cresciuti.

Devo congedarmi, ti scriverò presto; dammi, per favore, un segno sulla tua vita, su quella dei tuoi genitori, ah, e della Plaza de Armas e i suoi colpi mattutini. Ti bacio con immenso amore, José Ramón”.

Vede che tono così bello nella lettera? Stavo parlando dello spirito poetico di un uomo che ha creduto nella parola spogliata dalle sue inerzie; un poeta che non è diverso dagli altri, ma la cui parola libera. Mai ha pensato alla fine, triste e deludente, di Madero, perché, guardi, per il poeta non c’è male, come dirle, si c’è, però lui è in rotta con il male, nonostante lo descriva e in un verso lo sostenga e lo canti, così si è già convertito in qualcosa di bello, sonoro, che le parole trasfigurano. Il poeta, il nostro José Ramón, fu un prestigiatore delle passioni come l’amore, il disinganno, la sofferenza, l’incontro con Dio. Come poteva immaginare il crimine, il complotto, il tradimento, fatti che sono contrari alla speranza di creare un uomo nuovo. No, signore, i colpi che ricevette il paese in piena colonna vertebrale, lo piegarono in due. Lo uccisero il rumore dei proiettili, la follia della vendetta.

Dopo la Decade Tragica, tornò; veniva il suo corpo perché la mente si trovava da un’altra parte. Pallido, dimagrito, mangiava appena durante il periodo in cui stette qui, quasi imprigionato a causa dell’agitazione politica. La seconda sera dopo il suo arrivo, a mezzanotte scappai da casa mia, e andai a trovarlo nella stanza che mia cugina Rosi gli aveva offerto; era una camera della servitù, però ampia, ora vuota perché la gente se ne era andata alla rivoluzione. Lo vidi, come le dicevo, peggiorato, Dio, che aspetto così sinistro! Per fortuna si rimise, lentamente e amorosamente. Ogni sera feci la stessa cosa: ascoltare la sua voce, donarci a una passione al di sopra della tragedia. Mi proibirono di vederlo. Ci vollero tre anni per curare le sue ferite, fino a quando tornò a credere nel paese, in Carranza e decise di andarsene: partì per Città del Messico, un'altra volta, armato di una nuova fede. Ricevette alcuni colpi dagli scrittori più impegati, consacrati, andò avanti, difendendosi con la penna. Riuscii a vederlo verso il 1918, passeggiammo per l’Alameda a braccetto, potemmo chiarire la nostra relazione guardando al futuro. Io sentivo che lui già non sarebbe cambiato: era un uomo fragile, con una mente d’acciaio. Credevo che avevamo una vita davanti, dovevamo continuare ad amarci, evitare il matrimonio in un tempo incerto. Il suo secondo libro di poesie fu ben ricevuto, che bei versi José Ramón regalava alla poesia messicana. Lo dedicò a me, lei deve conoscerlo, “Estrella de la ebriedad”. Ci separammo, si immagini, la distanza ci univa ancora di più, così quando potevamo incontrarci rinascevamo. Chi avrebbe pensato a una morte così prematura, scaturita dal suo proprio sentimento di fallimento; credette di aver perso tutto, meno la poesia e la parola.

Ohi, signor Echegaray, mi sento stanca come se avessi fatto un lungo viaggio non in aereo, ma in uno di quei treni dei miei tempi. Ho esaurito la mia memoria disparata, che mi ha portato per strade ingarbugliate, in cui ero sul punto di perdermi. Scusi. Un altro giorno continueremo. Dio mio! Chissà dove sono arrivata con queste storie che forse non dovrei più toccare né rispolverare perché appartengono, come l’immaginazione, agli uomini che le vissero, non a noi.

Ancora non ha bevuto il suo tè.*

Madrid, novembre, 1998, febbraio 1999. 

Traduzione italiana di Rossella Mele

* * *

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LIBRI DI ÁLVARO RUIZ ABREU (CNL-INBA)

"Frías, del realismo a la melancolía", saggio in La escritura enjuiciada. Heriberto Frías, antologia generale di Georgina García Gutiérrez (Google Books)

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Fuente: * Dal libro Paraisos en fuga, México, Cal y Arena, 2002.

 

 

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