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Cinco Décadas de Cuento Mexicano. Antología. Perea, Pitman, Taylor, Tedeschi, Valenzuela

Per piangere (Italiano)



Il sole cominciava a scaldare la mattina in cui Javier Espitia si avvicinò al portone e diede due colpi urgenti.

— Buongiorno, come posso aiutarla? — gli disse l’Uomo Grasso che aprì la porta.

— Vengo a piangere — disse Espitia con gli occhi pieni di lacrime.

— Non mi dica? E vuole che creda ad una menzogna simile?

Il Grasso tirò fuori il petto come per prendere aria in quella mattina tiepida di aprile in cui il tempo si addolcì, fugace e immeritato.

— Veramente, vengo a piangere — ripeté Espitia. — Se le è morto qualcuno, lo dimentichi. — Non mi è morta nessuna persona cara. — Se l’ha lasciata sua moglie, tanto meno.

— Non sono mai stato lasciato da nessuna donna.

— Allora ha perso il lavoro, tanto meglio: se ne vada.

— Non mi hanno mai licenziato.

— La avviso di una cosa: qui si viene per piangere, per piangere a fiumi. Se la passano molto male quelli che fingono. Non accettiamo lacrime di coccodrillo.

— Non la deluderò, glielo assicuro.

— Dovremmo farle alcune verifiche — gli disse l’Uomo Grasso con la faccia di chi è sul punto di scoprire un impostore. Aveva gli occhi gonfi e il naso rosso.

Lo fece passare per un corridoio coperto da archi in stile coloniale. Sul fondo si vedeva la fontana di un patio centrale sul quale si affacciavano, dalla parte superiore, stanze dai tetti alti e porte dai vetri opachi. Nei corridoi interni camminavano alcuni uomini come camminano le persone tristi, guardandosi la punta delle scarpe. C’erano donne sedute sulle panchine di un giardino laterale dove crescevano gerani e i castagni offrivano un’ombra fresca, serafica.

Espitia entrò nello studio di mobili antichi, circondata da librerie di legno lavorato. Dietro ad una scrivania un Uomo Maturo dall’aspetto pulito e piacevole sorbiva il sale delle sue stesse lacrime. Si pulì il naso con un Kleenex rosa e gli disse, come se lo conoscesse da molti anni:

— Molto bene, Espitia, e a cosa dobbiamo la sua visita?

— Vengo a piangere — disse con gli occhi colmi di lacrime.

— La avverto solo di una cosa, Espitia — gli disse l’Uomo Maturo mentre tirava fuori un altro Kleenex —: non abbiamo intenzione di aiutarla. Non le diremo che suo padre non le voleva bene, né che sua madre era una donna spregevole, né che lei è un mediocre senza speranza. Niente. 

Piangerà da solo, senza l’aiuto di nessuno. Ma prima mi dica, perché vuole piangere?

— È che sto molto male. La vita non ha senso, è un inferno — disse Espitia convinto della forza delle sue argomentazioni.

— Questa è una teoria popolare, Espitia, per favore. Si piange perché si piange e basta. Non confonda le cose. È possibile che ciò di cui lei ha bisogno sia una psicoanalisi; anche lì si piange, e moltissimo; oppure ha bisogno di tre amici e di tre bottiglie di rum; o di un cane che lo morda. Ad ogni modo, avanti. Si metta comodo su questa poltrona. Kleenex o fazzoletto di stoffa?

— Fazzoletto di stoffa, per favore.

L’Uomo Grasso gli avvicinò un fazzoletto nuovo, bianchissimo. Espitia si sedette sul bordo della poltrona e poggiò i gomiti sulle ginocchia e le mani sulla faccia, nella classica posizione del piagnucolone. Cominciò con piccoli e timidi gemiti, come se non volesse che lo sentissero. Un minuto dopo, come se tutta la tristezza del mondo gli fosse piombata addosso, cominciò ad ansimare e a lanciare grida soffocate, ululati inumani che acquisirono progressivamente la forza del singhiozzo fino a giungere alla scenata. Scese dalla poltrona come se l’altezza lo intralciasse nello sputare la disperazione e si sedette per terra in posizione fetale. Continuò a piangere così, come non faceva da quando aveva dieci anni e scoprì che il padre stava morendo di pancreas, un pancreas gonfio, inutile, che stava morendo di tristezza e rabbia per gli affari in bancarotta.

L’Uomo Maturo lo liberò dalla tristezza:

— Non è male, non è male. Ma non cerchi di impressionarci. Abbiamo avuto a che fare con piagnucoloni eccezionali, uomini e donne che piangono con maestria, gente che ha trascorso anni in un buco malinconico perfezionando la difficile arte del pianto. Siamo stati molto vicini a persone che piangono per un nonnulla, vere maddalene ai piedi della croce.

Espitia si soffiava il naso con il fazzoletto e si puliva gli occhi visibilmente gonfi.

Si muoveva ancora come se fosse sul treno destinazione Morelia e le persone addormentate lo facessero saltare dalla sedia con un movimento ritmico, preciso e inarrestabile. L’Uomo Maturo si asciugò le lacrime e disse:

— Abbiamo bisogno di alcuni dati per compilare la sua scheda di aspirante e aprire una pratica. Con che frequenza è solito piangere lei?

— Di continuo — Espitia tirava su il muco. — Per favore, Espitia, risponda. — Almeno tre volte a settimana.

— E con questo record da raccoglitore di pomodori di Culicán, lei vuole restare con noi. Ahi, ahi, ahi, Espitia!! Credo che si sia sbagliato. I meno bravi piangono un certo numero di volte al giorno. Da quando piange?

— Beh, da bambino piangevo abbastanza, negli angoli di casa.

Prima che proseguisse, l’Uomo Grasso e Piagnucolone gli avvicinò la scatola di Kleenex. Mentre l’Uomo Maturo gli chiese l’età.

— Trentatre anni — rispose Espitia.

— Le confesso che è avvantaggiato, allora. I trenta sono lo spazio prediletto delle lacrime, un terreno fertile impossibile da migliorare. È una questione biologica: è appena entrato nella maturità e ha appena lasciato la gioventù. In questi anni si piange moltissimo e con una veemenza ammirevole. Coloro che entrano nel regno dei trenta anni piangono per qualsiasi cosa, per ogni sciocchezza. Uomini e donne trentenni sentono che hanno tutto davanti, che sono nel miglior momento della propria vita e, come è noto, questo fa piangere. Giunti ai quaranta, invece, le lacrime perdono la propria volontà, benché acquistino una certa saggezza lacrimosa. Tuttavia, anche così, i quarantenni sono piagnucolosi di tanto in tanto e, ciò che è peggio, usano sempre amici, alcool e analisti. Per di più dimenticano troppo rapidamente la ragione delle proprie lacrime e finiscono inevitabilmente per dire che viaggiano nel treno della vecchiaia e che non hanno fatto nulla nella vita. D’altro canto, a venti anni si piange senza motivo, sono piagnucoloni ciechi, per così dire. Inoltre, quando piangono si abbracciano, pensi. È uno spettacolo imbarazzante vedere ventenni abbracciati bagnarsi le spalle lacerati da dolori giovanili. I cinquantenni, da parte loro, quando piangono soffrono tantissimo, e questo perché sanno che sono naufraghi del tempo: non sono giovani né vecchi e quindi piangono al pomeriggio; è ovvio, perché vivono uno stato anteriore a quello dei vecchi che piangono di notte e al buio. I vecchi hanno imparato che le lacrime sono l’unica verità che c’è in noi, per questo piangono di notte per i figli e per i nipoti, per il marito morto o la sposa scomparsa. Adesso: a qualsiasi età ci sono piagnucoloni timidi e sfacciati; ce ne sono anche di sobri e di esplosivi, che non sono la stessa cosa dei precedenti; questi ultimi sono pericolosi perché sono soliti rompere degli oggetti quando singhiozzano. Sappiamo anche che in caso di nascita, morte o separazione, ci sono sempre lacrime. Mi piacerebbe sapere che tipo di piagnucolone è lei. Riprenda a piangere, per favore.

Javier Espitia rimase sconcertato, aveva già pianto come non faceva da quando aveva dieci anni. Non poteva ripetere l’atto con la stessa intensità. L’Uomo Grasso e Piagnucolone gli avvicinò una nuova scatola di Kleenex, ma lui scelse il fazzoletto accartocciato e umido che aveva tra le mani. L’Uomo Maturo dall’aspetto pulito e gradevole ebbe un gesto generoso:

— Andiamo Espitia, pianga, pianga tranquillo, senza sforzo.

Javier Espitia si gettò sul tappeto color cammello e cominciò a colpire il pavimento a pugni e si mise a piangere perché la vita era una merda. Continuò a piangere, con vera afflizione, perché nessuno al mondo lo capiva, perché si sentiva l’uomo più solo del pianeta, perché lavorava come una bestia da soma e non aveva denaro a sufficienza, per il delirio febbrile delle speranze irrealizzate, per la grande disillusione svanita, per i tanti sogni smarriti.

Pianse per amore e per rabbia, pianse per i suoi trentatré anni di solitudine.

— Quel che è detto, è detto — disse l’Uomo Maturo dall’Aspetto Gradevole rivolgendosi all’Uomo Grasso. Un caso di Piagnucolone Svergognato che frigna senza alcuno sforzo, se così si può dire. Non è male. Bene, Espitia, domani ci sarà la sua presentazione in pubblico. Il signore lo condurrà alla sua stanza. Lei può entrare e uscire se ne ha voglia , questo non è un carcere né un centro di riadattamento per nessuno.

— Posso portare con me qualche libro? — chiese Espitia, senza ancora riprendersi dalla pena, mentre da lontano riesaminava le librerie.

— Cosa ha detto: mi porto dei libri dalla trama desolante, divento tristissimo e domani piango come se fosse morta mia madre. Con chi crede di avere a che fare? Lei ha pensato: mi porto Madame Bovary, leggo il capitolo del suicidio, ricordo poi i giorni in cui leggevo Flaubert, quando ero un giovane pieno d’amore, entusiasmo e furbo. O meglio: cerco negli scaffali qualcosa di Onetti, mi leggo “Benvenuto Bob” o “Amata tanto triste” e con la semplice atmosfera degli anni in cui lei credeva che la vita fosse questo, leggere e scrivere come Onetti, le si insinua una depressione tale che domani ci offrirà un pianto storico. E invece no, Espitia: lei se ne va solo soletto nella sua camera, senza libri, senza musica, senza nemmeno una poesia. O cos’altro? Vuole che le diamo “Qualcosa sulla morte dell’Anziano Sabines?” per passare la notte? Ci crede stupidi?

Ritornato nel corridoio dagli archi coloniali dai quali era entrato, Javier Espitia vide sopraggiungere una donna giovane, sui trentasei anni, che piangeva con una tristezza infinita. Senza dire nulla lo abbracciò come se fosse sua sorella. Piansero insieme per alcuni minuti con un dolore profondo, inspiegabile. Più avanti, nel salire le scale che conducevano alle camere, un uomo lo salutò da lontano mentre si asciugava alcune lacrime da melodramma.

La camera era di quanto più simile ad una stanza d’hotel coloniale, perfetto per il riposo e la felicità: mobili d’epoca, letto ampio, scrittorio per redigere lettere, luce indiretta, tendine spesse dalle pieghe simmetriche, bagno con la vasca, televisione e radio incassata nella parete.

Espitia si mise a letto vestito. Spense la luce. Prima di addormentarsi ricordò i giorni in cui sua madre lo portava a scuola e cucinava tortillas fritte nell’olio fino a renderle fette di pane tostato quando non c’erano soldi a casa. Come un prolungamento di questo ramo della memoria attrasse nell’oscurità della stanza la sera esatta in cui suo padre lo portò a Chapultepec con l’entusiasmo perfetto di una palla da calcio e gli insegnò la magia dell’angolo. Fu il giorno stesso in cui fu sicuro che suo padre fosse un gigante saggio, invincibile, felice e si sentì orgoglioso di avere quello e non un altro padre. Non seppe come giunse al porto dove lo vide disperato un’altra volta per i cattivi affari; una mattina giunsero i creditori per portare via il salotto e la sala da pranzo e i vasi di fiori di fronte allo sguardo impavido e orgoglioso di sua madre che se ne prendeva cura con una forza eccezionale.

Espitia non poté fermare la macchina: vide suo fratello maggiore andarsene per l’Europa con una valigia piena di illusioni e libri e sogni di trionfo; vide le sue sorelle in un angolo, morte di paura, baciare un fidanzato uscito da qualche improbabile certezza degli anni sessanta; vide le donne che amò, quelle che lo dimenticarono, quelle che abbandonò.

Aveva pianto tutta la notte, finché si udirono fuori i primi passi e si fece una luce tra le pieghe delle tende. Allora si alzò dal letto, indossò i mocassini, si sistemò i capelli, si sistemò tutto ciò che c’era da sistemare per uscire dalla stanza. Entrò nel bagno, aprì il rubinetto dell’acqua fredda come chi apre la porta di una speranza. Sentì l’acqua fredda sulla faccia e si disse di fronte allo specchio:

— Sono pronto.*

Traduzione italiana di Roberta Tennenini

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MULTIMEDIA:

LIBRI DI RAFAEL PÉREZ GAY (CNL-INBA)

Conversazione con Andrés Roemer (Google Books)

INTERVISTA (Contraportada. YouTube)

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Fuente: * Dal libro Me perderé contigo. México, Cal y Arena, 1990.

 

 

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