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Cinco Décadas de Cuento Mexicano. Antología. Perea, Pitman, Taylor, Tedeschi, Valenzuela

In questa casa (Italiano)

Federico Patán



In questa casa facciamo la storia alla nostra maniera

Federico S. Inclán

Era una stanza ampia e soleggiata, con una grande finestrone che dava su un parco, o su un viale molto alberato o su un fitto giardino. L’uomo stava dietro una scrivania enorme e spaziosa, quasi al fondo, così che lo si vedesse subito all’entrare, mentre l’immensa finestra alla sua sinistra illuminava tutto con il sole di mezzogiorno.

Il segretario aveva detto attraverso l’interfono “López”, e immediatamente era dentro, in quella stanza ampia e piena di luce, l’uomo al fondo, il vestito preciso, i movimenti esatti e la fronte ampia, ampissima, dei ricci quasi bianchi sulla nuca fina e con segni già di vecchiaia, benché di una vecchiaia curata e soddisfatta. Il segretario si era limitato a mostrargli la porta con un gesto del pollice, come se chiedesse un passaggio per strada. Bussò con eccessiva timidezza e il segretario (molto giovane, molto alto, molto rozzo) disse, “Entri, entri”. Così si trovava in quella stanza inaspettatamente ampia e piena di luce, di fronte all’uomo dal sorriso neutro, ma non troppo inqusitorio, che lo guardava con ovvia curiosità. Dietro l’uomo, sul muro, il ritratto ufficiale del presidente. 

Non sapeva che fare. All’entrata gli ordinarono di salire al secondo piano. Al secondo piano un indice perentorio lo mandò verso una porta robusta di grosso e ben curato legno scuro. 

Bussò. Gli gridarono di entrare. Un segretario molto giovane, molto alto, molto rozzo gli domandò, “si?” C’era, su una sedia strategicamente posizionata, un’altra persona. Tirò fuori dalla giacca il foglio; quasi senza vederlo il segretario sollevò l’interfono: “López”. L’altro, dal pulito e elegante vestito grigio, si puliva le unghie indifferente, anche se c’era da domandarsi come riuscisse a farlo coperto da degli occhiali così neri. Il segretario gli segnalò una seconda porta con un gesto del pollice e, vedendolo bussare con eccessiva timidezza, gli disse: “Entri, entri”. All’altro gli si frammentò il viso, forse in un sorriso.

E così si trovò in una stanza incredibilmente ampia e chiara, davanti ad un uomo maturo che lo osservava con inamovibile curiosità, senza ancora dirgli niente, così da far diventare il silenzio incomodo. “Sono López”, informò per rompere l’attesa. “Lo so”. La voce fu amabile nella sua tersa opacità. Per questo era impossibile dire quale sarebbe stato il tono del colloquio. Al girare l’angolo, quando vide l’edificio, lo sorprese il bianco delle pietre e la grandezza delle finestre; dubitò persino di essere arrivato all’indirizzo giusto, ma uno sguardo alla citazione lo convinse che stava dove doveva essere. All’entrata gli ordinarono di salire al secondo piano, e ora questo uomo dal vestito perfetto gli diceva “Si sieda” con tersa opacità. Sedendosi pensò che forse gli avrebbero offerto un caffè, ma subito dopo realizzò quanto era stato stupido quel pensiero. “Il suo nome?”, lo sorprese la domanda, dato che si era appena sentito dire, “Lo so!” Nonostante questo rispose “López”. “Voglio dire il nome completo”, gli chiarirono con la stessa tersa opacità, nella mano destra una penna carissima e sulla scrivania ampia e spaziosa un foglio molto bianco, spuntato, Dio saprà da dove e in che maniera.

Nell’autobus si era ripromesso di cooperare e ora mise in pratica il consiglio:”Jesús López”. La mano si detenne nel suo viaggio verso il foglio, e la voce dalla tersa opacità disse: “ Il suo nome completo, per favore.” Stava per domandare a cosa si riferisse quell’uomo quando ricordò il suo secondo cognome: “López”. La voce ebbe un cambiamento minimo nella sua nitidezza: “Questo già lo so”. Come sempre capitava lì stava il fraintendimento: “No, López di nuovo, López, López, Jesús López López.” E quasi sorridendo senti l’altro: “Ho detto che già lo so. Voglio il suo nome completo”. Che assurda insistenza, così poco necessaria. Cooperare andava bene, come si era ripetuto varie volte durante il viaggio in autobus, però quella insistenza era realmente molto assurda. La mano continuava a non arrivare al foglio, e la voce dette un segno, ora abbastanza percepibile, di cambiamento: “Qui ci piacciono le cose precise, chiare e rapide.” Se le chiedo il suo nome completo e perché ho bisogno del suo nome completo”. E lo avevo dato, che volevano allora? venendo alla convocazione immaginò diverse situazioni, ma nessuna di questo tipo: “Jesús López López” ripeté pausatamene, cercando chiarezza e precisione. “Andiamo amico, sappiamo che questo non è vero. Manca qualcosa.”Dietro la voce lo guardavano degli occhietti grigi, molto umidi, come (che strana idea) di animaletto vivace. Manca qualcosa? Forse parla di Benito? La voce, compiaciuta: “ Vede che è facile quando si vuole?” Gli piacque la compiacenza della voce, che quasi si accomodò nella sieda, aspettando che la mano, ora si, annotasse. Ma non lo fece. Alzò lo sguardo e lì stavano gli occhietti vivaci, aspettando. Se ne rese conto e disse “Jesús Benito López López”. La mano scese sul foglio, lasciando nella parte superiore, con calligrafia impeccabile, fisso, il nome. Curioso, nessuno a parte la moglie conosceva quel Benito per lui tanto odioso. Gli sembrava infelice la combinazione di Jesús con Benito, forse perché da bambino gli aveva causato dei litigi a scuola. Nessuno a parte la moglie e, ovviamente ora, loro. Chiaro, era da supporre, e doveva pensarci quando, alla fermata, attento all’arrivo dell’autobus, raccoglieva nella sua mente tutta l’informazione (molto scarsa) che aveva su di loro. 

“Nascita?” Si dette un momento per pensarlo, volendo evitare momenti imbarazzanti, come il precedente. “Il 5 di maggio del 1918, verso le sei della mattina.” Gli occhietti avevano alcuni filamenti neri e, forse per quello, variazioni nel loro brillare. “Mattiniero eh? I mattinieri di solito escono rivoltosi.” Quello lo divertì interiormente, in quanto falso. Delle recriminazioni gravi che la moglie gli faceva, quella di essere timido era una fra le più gravi. A questa attribuiva, la buona Maria, il non aver mai raggiunto una classe maggiore rispetto a quella medio umile, e a volte persino bisognosa. “Sorride, amico López”, commentò la voce con un certo interesse. Probabilmente il pensiero era affluito sulle labbra. “È stato per il rivoltoso. Mia moglie…” Però la voce si intromise, forse senza troppa durezza. “Qui il termine rivoltoso non produce sorrisi.” Ricordò Maria salutandolo sulla porta, piena di raccomandazioni. “Scusi, non avevo l’intenzione…” Un altro gesto perentorio e la voce: “Precisione, chiarezza e rapidità, López, non me lo faccia ripetere”.

Guarda che questa gente, gli disse preoccupata, scrollandogli i baveri della giacca. E quegli occhi grigi pieni di filamenti neri lo osservavano con paziente sicurezza, come se convinti che avrebbe finito per arrivare dove loro volevano, come se tutto fosse una semplice questione di tempo, di pazienza, di astuzia nel domandare. La questione degli studi se la lasciò alle spalle, dovutamente appuntata, segno che, un intoppo in più, un intoppo in meno, aveva fatto il suo dovere. 

“Professore, ho letto che la rivoluzione di ott..” E arrivò l’ira inaspettata di chi viveva secoli indietro rispetto allo sviluppo politico. I suoi genitori non seppero mai della sospensione di tre giorni (tre di mattina.), benché si seppero della valutazione negativa di quel mese. “Una preoccupazione particolare, per qualcuno che è nato rivoltoso”, commento la voce, con gli occhi fitti di filamenti neri. “Era un argomento del programma”. La voce rifiutò la spiegazione. “Gli altri non hanno domandato”.

Si passò la lingua sulle labbra, desiderando che gli offrissero una tazza di caffè, o almeno un sorso d’acqua. “Vedo che ha bisogno di bere, un caffè andrebbe bene? Lo chiediamo subito, però prima mi dica, perché questo nervosismo? Fino ad ora è stata solo una chiacchierata, non è così? Solo un’amabile chiacchierata. Vogliamo solamente chiarire alcuni punti e potrà andarsene.” Proprio come aveva detto Maria: ti chiederanno qualche stupidaggine e basta. Stava facendo colazione e lui, sempre di buon appetito, sentiva ripugnanza; vedendo questo, Maria volle animarlo: non ci pensare tanto, che non ha nessuna importanza, certo ti domanderanno “Ricorda il 14 febbraio di quindici anni fa? Caramba, quello era tornare indietro di molto; però quasi immediatamente ricordò e, peggio ancora, seppe che lo sapevano, nonostante c’era da domandarsi, come e fino a dove? Senza dubbio, a giudicare da quello che aveva ascoltato, fino a dove gli conveniva sapere, e pareva che gli convenisse sapere molto. Per questo esistevano. Si passò di nuovo la lingua sulle labbra: “Avevo cinquanta anni” disse come per scusarsi, però gli occhi neri non risposerò nulla; semplicemente attendevano. “Sentivo che non mi restava molta vita davanti…” aggiunse laboriosamente, vedendosi entrare nell’hotel con nervosismo, la donna molto tranquilla e poco bella, salendo già su per le scale, lui in trattativa con il portiere, cercando di non guardarlo negli occhi variabilmente neri e burloni. “Ma come ha potuto dimenticare la moralità che distingue la nostra patria?” Perché ci sono occasioni in cui la paura di morire colpisce terribilmente, benché questo per certe persone non valga come spiegazione. “E una volta che si fa, perché tanta goffaggine?” La donna, senza dubbio esperta in tali situazioni, non disse niente; dopotutto, così si riposava; lo guardò vestirsi, lasciare un paio di biglietti sopra il copriletto sporco e sparire. “Forse la coscienza”, propose. “Ah si, la coscienza. Di solito ci aiuta molto”, e prendendo l’interfono informo “Forse dopo ti chiedo un caffè, stai prontto”, e girò i suoi occhietti neri verso l’uomo: “Nel resto della nostra conversazione, non dimentichi che sappiamo questo”.

Maria. La ricordò durante la notte anteriore, i due già nel letto, la stanza in silenzio (erano vari gli anni di silenzio dopo il matrimonio dei figli). Preoccupata, lo teneva abbracciato, la testa di lui sopra la spalla. Sentì la paura inespressa (inesprimibile) del marito, e gli disse che era solo una citazione burocratica, senza molte conseguenze; una come tante altre. E si sforzava enormemente di crederci, e lui era grato per quello sforzo. Un momento di pessimismo avuto quindici anni prima non significava niente, benché ora volessero usarlo contro di lui: “Non dimentichi che sappiamo questo”, aveva fatto pressione. E si, potevano ferirla: li stava parte della loro forza. E quegli occhietti neri aspettando senza fretta alcuna, sicuri della loro posizione. Le labbra, la bocca insistevano nella loro secchezza e un formicolio gli andava dallo stomaco alla vescica, che iniziava a sentirsi incomoda. “Presto arriverà quel caffè, non soffra tanto. Però (e si assicuro indovinando il meccanismo) parliamo prima di un’altra questione, che gli sarà facile ricordare, dato che è successa più o meno tre settimane fa.” Tre settimane? In tre settimane succede l’inimmaginabile e di più. Una rapida successione di fatti gli passo in mente. Quale avrebbero o avevano scelto? Perché, per innocente che fosse, ne bastava uno qualunque, per l’intenzione di quella voce sempre tersa nella sua opacità. Da una certa prospettiva non era sospettoso persino il modo di bere una tazza di caffè? Accidente, già è qui il fantasma di quella tazza, e la vescica sempre peggio e peggiorando. Non potrebbe chiedere permesso per andare in bagno? Ma si trattiene, forse lo interpreterebbero come nervosismo, e il nervosismo come.. Che ti chiederanno? È la nostra una vita senza avvenimenti. In realtà si, rispose lui, un po’ tranquillizzato, mentre la busta con la citazione lo guardava dal comodino. “Tre settimane fa, di pomeriggio, tornando a casa, cosa fece?”

Non essendo l’ufficio lontano si va e si ritorna a piedi: esercizio e risparmio allo stesso tempo, situazione che hanno sempre considerato fortunata. Che ho fatto? Tornare a casa, come il mio solito giorno dopo giorno, da un’infinità di anni. Che ho fatto? Fermarmi davanti al cinema, guardare il cartellone per vedere la programmazione di domenica; o comprare il pane al angolo di casa; o riprendere il mio secondo vestito in lavanderia; o salutare un vicino incontrato per caso; o… “Ci pensi bene. Collabori. Ricordi che lo sappiamo.” Tre settimane? Vediamo Ci fu qualcosa al di fuori della routine? Tre settimane….tre settimane… Se questa vescica mi lasciasse pensare tranquillamente! L’unico che mi ricordo è…Chiaro! “La libreria.” Guarda. Forse ti puoi fermare in libreria per portarmi qualche romanzo, ma d’amore, senza complicazioni. A lui bastava il giornale, ma a lei piacevano queste stupidaggini sdolcinate, per i (sempre più abbondanti) momenti d’insonnia. “Si la libreria. Cosa fece li?” Inizialmente l’intenzione fu quella di chiedere aiuto a un impiegato, dato che voleva finire subito e tornare al rifugio serale della casa. Dopo decise di curiosare un po’, guardando questo e quello, totalmente inesperto nello sviscerare il significato di certi titoli: La coesione semiologica nella prospettiva orizzontale, Filosofia matematica (che gli suonava a contraddizione), La sacra famiglia (forse sulla vita di Cristo), La religione dentro i limiti della pura ragione (che lasciò subito perché aveva un tono ateo che non gli piaceva) e persino un libro di storia sopra lo sviluppo della famiglia e della proprietà. La gente scriveva troppo e su cose indebitamente complicate. Si allontanò da quel tavolo e stette un po’ con i libri di arte, il cui prezzo lo scandalizzarono. Finalmente, trovò quello che cercava e senza aiuto di nessuno: un ripiano nel fondo, in edizioni abbastanza umili, diversi romanzi dal titolo promettente. Stavano lì, come dimenticati, e un po’ di polvere gli rimase sulle dita dopo averli esaminati. Un ragazzo, vedendolo andare verso la cassa pieno di libri, lo guardò con curiosità, quasi burlandosi. “E ne scelsi uno perché l’autore si chiamava Pérez y Pérez, capisce? López López, Pérez y Pérez” Il principiò di familiarità scivolò senza conseguenze sul volto del altro. La voce fu cruda: “ Si limitò a quel libro, un buon libro, con una lezione utile. Pero lei…”, e prese l’interfono: “ Blocca un po’ quel caffè, vuoi? Si sono complicate le cose”

La vescica metteva già molta pressione. Ricordò l’arrivo a casa e il volto teso di Maria, la busta in mano. Qualche conto che ho dimenticato, si disse, e minaccia con un azione legale. Dopo, al leggere il mittente, ebbe urgenza di andare al bagno. Più tardi aprirono la lettera: un foglio unico, con tre righe impeccabilmente dattilografate. Quella impeccabilità lo colpì a fondo. “Che tipo di mentalità esigeva quella precisione meccanica? E ricordò i documenti infinitamente più goffi dell’ufficio. In loro c’era qualcosa di tranquillizzante: forse dicevano che era permesso sbagliarsi, che era umano mettere male una virgola o mangiarsi un accento; che entrare in una libreria e prendere un libro qualsiasi “indica molto su chi lo fa. Se tutto fosse stato Pérez y Pérez, non starebbe qui, ma a casa sua, nonostante la gravità di alcuni fatti passati. Però sfogliare questi libri con lentezza, fermarsi a leggere paragrafi interi…Non possiamo restare tranquilli. Ricordi che il nostro dovere è inquietarsi, perché in questa inquietudine si posa la pace di cui godiamo, compreso lei, così mattiniero, così rivoltoso, così inquisitore, così curioso per letture poco consigliabili…Però forse avremmo perdonato persino la curiosità se non si fosse verificato il fatto di lunedì…Di lunedì” E scosse la testa con falsa aria di commiserazione.

Gli occhi neri ora lo guardavano con improvvisa ed evidente durezza, la mano sopra un foglio pieno di linee di penna, precise, come soldati in una sfilata. In qualche punto aveva perso la relazione fra i fatti, e nella testa aveva solo un cumulo di immagini: l’errore di nascere presto, l’errore di domandare in classe, l’errore di che? Di tutto, l’errore generale. Aveva bisogno di dimenticarsi di quella spossante pressione della vescica, aveva bisogno di aggrapparsi a qualche avvenimento che lo situasse nel tempo, nella realtà, la sua realtà. Il lunedì, qualcosa disse il lunedì, e al lunedì si arriva dopo la domenica, e la domenica ebbe l’influenza e restammo a casa e le preparai un brodo di carne, che le piace tanto, e …ah si! Per qualche motivo si bruciò un pezzo della stufa e vedendo la sua faccia dispiaciuta promisi che ne avrei comprato un’ altro. Però la stufa è vecchia, e di questi pezzi c’è ne sono solo nel centro, dove tanto mi dispiace andare, e andai uscendo dall’ufficio, e andai in molti negozi e alla fine ne trovai una uguale…“Con tutto questo vuol dire che in casa sua comanda una donna?”E c’era nella sua voce uno stupore genuino, un secondo indizio del fatto che la tersa opacità aveva varianti.

No, non è questo. Comandare una donna? Nè un uomo. Cerchiamo di essere uguali, anche se Maria in certe occasioni…Chiaro non aspettava di restare povera, e questo la ha amareggiata un po’, solo un po’. Per questo per i suoi compleanni e per Natale le compro cose che sempre avrebbe voluto. Allora mi dice che ho le mani bucate, ma con, nel fondo grande soddisfazione, e questo piacere, nascosto dal tono aspro mi soddisfa. Confesso che quando arrivano i miei compleanni vorrei…Si, intendo, scusi. Allora il lunedì, dice lei. Dunque il lunedì, uscendo dall’ufficio, sono andato in centro, a cercare il pezzo. Mi è costato fatica, ma alla fine l’ho trovata in un piccolo negozio. Era l’ultima che gli restava. Non so che faremo la prossima volta…Si, chiaro, di nuovo, vero? È che sono un po’ nervoso e in più…scusi, potrei andare al bagno?

I neri occhi lo guardavano “Senza dubbi, presto potrà andare. Ma prima torniamo al lunedì, finiamola con questa questione già un po’ fastidiosa. Che fece, una volta uscito dal negozio?” Dubitai se prendere un autobus fino alla mia fermata. Anche se era lontana decisi di andare a piedi per risparmiarmi il biglietto. Più o meno in mezz’ora arrivai alla fermata e venni…voglio dire andai a casa. “Questo è quasi giusto. Torniamo ai fatti, e mi racconti i dettagli. Tutti”. I dettagli? Ero molto stanco, e in realtà mi costò fatica decidere di camminare. Ad un certo puntò sentii di dovermi sedere un po’, per riprendere forza, però li nel centro dove? E di entrare in un caffè non se ne parlava; a questo punto sarebbe stato meglio prendere l’autobus. Ogni tanto mi fermavo in un negozio, non a guardare le cose, ma a darmi un po’ di tempo per riprendermi. E così arrivai alla fermata. “Non so perché insiste nell’evitare i dettagli che ci interessano. Torni su i suoi passi e pensi a tutto per bene.” Tutto? In un negozio di dischi vidi quello che Maria ricordava quasi ogni giorno, ma comprarlo? Si immagini! In cima al disco c’era il poster di un cantante. Troppo provocante, se mi permette di dirlo. Hanno bisogno di spogliarsi tanto per cantare? “Prima o poi ci occuperemo di questo, inquieta molto anche noi; comunque, voglio i dettagli completi, lo capisca una volta per tutte.”

Se questo non finisce presto, resisterò? Vediamo, i dettagli completi: una ragazza in jeans cercava un disco in particolare, mentre lo cercava seguiva con…il girovita la musica. All’angolo mi fermai ad un edicola. Le ultime notizie erano che continua lo sciopero dei lavoratori. Non capisco bene cosa recriminano. “Sciocchezze. Qualcuno di loro capiterà presto qua, non si preoccupi. Continui, che sta per arrivare dove vogliamo.” Finalmente, forse poi potrò andare al bagno. Dopo, le riviste. È invidiabile la facilità con cui la gente compra riviste, di tutti i tipi, anche se in particolare… I dettagli, si. Bene, stavo guardando fabbricare una pomba d’acqua. Prendeva l’acqua da una giara e dopo la…Si, si, scusi… Quindi niente, la fermata. Ah si, un ragazzo mi chiese un cerino. 

“Così un ragazzo le chiese un cerino. Interessante. Cosa gli disse lei?” La verità, che non fumo. E dopo, la fermata. “Fermiamoci qui un momento. Un cerino e niente più, dice lei. Ne è sicuro? Lo pensi bene perché è importante.” Non so cosa cerca. Dovrò inventargli qualcosa a caso, perché mi lasci finalmente in pace? Guardi, sono sicuro. Mi chiese “non avrebbe un cerino?”, e gli risposi “non fumo” e questo è stato tutto. “Riproduciamo la scena. Io sono il ragazzo. Aspettiamo il minuto esatto…ora…Non avrebbe un cerino…Vediamo…Non supera i sei secondi comprendendo la risposta, mettiamo sette è d’accordo? Bene. Però risulta che parlaste più di un minuto, quindi?” Ci sono giorni in cui tutta la stanchezza della vita ci cade addosso, e quel lunedì era uno di questi. “Non vedo la relazione.” Avevo una faccia terribile, di fatica, e il ragazzo me lo disse. “Che sembrava molto stanco?” Si. “Le succede qualcosa?”, mi domandò. Niente, torno dal lavoro e sono distrutto. “Mi vuole far credere che parlò di questo con uno sconosciuto?” Chiaro. Perché no? “Sono cose che io considero abbastanza personali, magari per gli amici intimi. Lei mi sta prendendo in giro, e questo definitivamente non mi piace.”Aspetti, le assicuro. “No. aspetti lei e guardi questa foto, la guardi con attenzione.” Chi sarà? Sembra ricordarmi qualcuno, però queste foto della polizia…Ah, cavolo, si sembra… “Vedo che lo riconosce. Bene, amico, in una questione così seria. Dove lo ha conosciuto?” Il lunedì quando. “Le ho provato che sappiamo tutto, perché rovinarsi ancora di più con questo problema? Ci dica la verità.” È che l’ho conosciuto lunedì, e quello non è stato neppure conoscersi, mi chiese solo un cerino e gli risposi. “Si, si, già lo so, già me lo ha detto prima. Non sto ottenendo quello che voglio, e questo mi pone sempre di cattivo umore. Perché non prova un’altra volta?” O Dio, questa vescica, non lo sopporterò. E non mi credono. Come convincerli del fatto che sto dicendo la verità? È che non lo conosco, perché il lunedì venivo dal negozio. “Siete tutti uguali, tutti. Dopo si parla della nostra intransigenza, ma chi la provoca? E dire la verità sarebbe così semplice” Ah, Madre di Dio mi…ascolti signore, le giuro che venivo. “Si, si, già lo so, dal negozio, camminando innocentemente, perché tutti voi camminate innocentemente, e questo provocatore, da poco uscito dal carcere -erroneamente, secondo il mio parere- le chiede un cerino, e nel chiederglielo tarda molto più di un minuto, e la conversazione è stata abbastanza animata per trattarsi solo di un cerino. Andiamo, amico, per favore, ci pensi bene.”

Ma è come sbattere contro un muro. Che colpa ne ho io del fatto che mi hanno chiesto un cerino e che mi hanno domandato della mia stanchezza? Io non ho messo quest’uomo lì e non ho iniziato una conversazione, non lo avevo mai visto prima, ed è necessario credermi, necessario, imprescindibile, oh, voglio andarmene a casa. “E se ne andrà. Molti, alcuni, tornano a casa. E questione di gentilezza con noi.” Ma sono stato gentile. “Non a sufficienza. Si impegna tanto nella storia del cerino, decisione lamentabile, molto lamentabile.” Però questo è quello che è successo. Di cosa avrei potuto parlare con lui? “Questo è quello che ci interessa” Oh e Maria aspettandomi. “Sa dove sta, sa che non abbiamo mai fretta”. Ma perché interpretare così un semplice incidente? Questo è quello che non capisco.

L’uomo estrasse dal cassetto una cartellina “ Incidente, dice?” e scrisse con la sua scrittura implacabile Jesús Benito López López “Solo se ci fosse l’eventualità”, e tracciò una grossa linea sotto il nome, “però unito agli altri incidenti, come li chiama lei”, e dopo, nella parte inferiore destra aggiunse Sezione Speciale “compongono un quadro che ci inquieta.” Mise dentro la cartellina, sommamente attento alla corrispondenza dei bordi i due fogli pieni di annotazioni. “Prima le ho detto che il nostro dovere è inquietarci; bene siamo già inquieti.”

Oh Dio “Però mi mostrerò abbastanza debole con lei, forse perché sento che è recuperabile. Le permetterò di riconsiderare la nostra conversazione”. Posso andare allora? “Andarsene? Chi ha parlato di andarsene? Questo ci inquieterebbe ancora di più. No, andarsene, no.” E allora? “Starà qui con noi, due o tre giorni, in una stanza semplice, ma gradevole paragonata con altre che abbiamo. Alla fine, due o tre giorni, pensando alla nostra conversazione” Maria si… “ No, perché dovrebbe preoccuparsi, sapendo dove è venuto? E se domanda, la informeremo, non si preoccupi.

Non ci è estranea la cortesia, come prova la nostra conversazione.” Però due giorni per…? “Perché faccia sforzo di memoria. Fra un paio o tre giorni il mio segretario verrà a visitarla. Basta che gli dica ricordo.” Però se… “Allora molto sfortunatamente, il caso passerà a un altro dipartimento.”

L’uomo prese l’interfono: “Puoi già venire per lui.”

Ottobre 1984*

Traduzione italiana di Rossella Mele

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MULTIMEDIA:

LIBRI DI FEDERICO PATÁN (CNL-INBA)

Estados Unidos en sus ensayos literarios (saggi. Google Books)

"Federico Patán, ensayista", por Daniel Orizaga Doguim (saggio. Literatura. UNAM)

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Fuente: * Dal libro En esta casa. México, Fondo de Cultura Económica, 1987.

 

 

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