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Cinco Décadas de Cuento Mexicano. Antología. Perea, Pitman, Taylor, Tedeschi, Valenzuela

Le confidenti (Italiano)

 

Angelina Muñiz-Huberman



Comodamente sedute sul letto, tutt’intorno i cuscini che avevano ricamato loro stesse, le confidenti lasciano scorrere storie.

Millenarie.

La storia numero 1 racchiude, tra altre ossessioni, i ricordi di un viaggio per mare, le frontiere tra madre e figlia, l’ infanzia ben consolidata, e alcuni problemi del corpo umano. Per questo si chiama:

Le braccia hanno bisogno di cuscini

“Tutto cominciò quando non sapevo come sistemare le braccia quando dormivo. Mi svegliavo alle quattro del mattino. Ma questo mi era successo per tutta la vita. Per cui la cosa inquietante non era quella di svegliarmi alle quattro del mattino. No.

I pensieri mi si accumulavano l’uno sull’altro: come se il sogno precedente non avesse riposato. Ma neanche questo era insolito. Il dormiveglia è sempre confuso.

Origine delle più strane idee che possano essere concepite. Ero già abituata al disordine e all’incongruente: al ricordo dell’evento mortificante del giorno prima: alla parola che mi ha umiliato: all’atteggiamento che mi ha messo in ridicolo. 

E anche alla cantilena di alcune frasi: per esempio: la pubblicità di prodotti commerciali (“Una storia molto bella vi dirò, di un pomodoro che purè diventò”), che tornano e ritornano: o, a volte, il ritornello di una vecchia canzone (“Ay, amor, se la neve si scioglie che farò?”), senza poter ricordare come continua dopo. E su questo: fissarsi e fissarsi. Dopo: iniziare una discussione: fluida: perfetta: limpida: sulla caduta dell’impero romano.

Infine: intrattenermi con ossessioni sonnolente e con gli occhi che non si chiudono.

Ma questo era tutto. Il corpo, almeno, non si comportava così male: si rigirava e cercava la sua sistemazione e il fresco delle lenzuola lì dove non si erano posati il suo peso e il suo calore. Ma questo era tutto. Non faceva parte del processo rotativo della mente nel caos. Lo notavo un po’ goffo e delle parti si scontravano con delle altre: una gamba piegata in modo inusuale o una mano schiacciata da un muscolo: le ciglia attaccate a un avambraccio o un capello che sfiorava le labbra e, improvvisamente, un formicolio sulla lingua. Ma questo era tutto. Non dava fastidio. Non disturbava. Accompagnava la mente alterata. 

Andava tutto bene. Fino all’alba, quando mi ricordai una frase di mia madre: “Non so cosa fare delle braccia quando dormo”. Era una frase che avevo ascoltato durante l’infanzia e che mi era sembrata assurda e con un tono adatto a richiamare l’attenzione. Non può essere: le braccia non danno fastidio: si accomodano molto bene: uno sotto il cuscino: l’altro cade col suo peso in modo rilassato, morbido. (Come dormono le fate.) Le braccia non disturbano: idee di mia madre per essere diversa dagli altri. Pensai allora. E continuai a dormire tranquillamente.

Fino a una notte in cui cominciò a succedere a me: io, che non volevo somigliare a mia madre. Piano piano: non successe la prima mattina: né la seconda: né la terza. Non accadde nemmeno tutto insieme: no: no. All’inizio fu il ricordo della frase che, come le altre che tornavano in modo monotono, passava subito all’oblio. Questo credevo. Il brutto è che le braccia cominciavano a darmi fastidio. A darmi terribilmente fastidio. Da non sapere cosa farci: come sistemarle: come piegarle: se lasciarle sopra o sotto le lenzuola. E allora avvenne il cambiamento: da ossessione mentale si convertì in un’ossessione corporale: “Che fare con un sistema di muscoli, nervi e ossa che è diventato confuso e non riesce a trovare ordine: quando il pensiero non conta e la pelle e la forma reclamano la loro presenza urgente: quando quello che devi risolvere è come sistemare le braccia quando dormi?”

Non trovando risposta mi giravo e rigiravo nel letto: e cominciavo a svegliarmi.

Ricordavo: è trascorso il tempo: ritornano le frasi dell’infanzia. Gli episodi. Recupero le immagini del viaggio. Del grande viaggio dell’infanzia. Del grande viaggio dell’infanzia che fu la traversata dell’oceano Atlantico. Le avventure erano iniziate presto per me. Prima la fuga, lo sbandamento della guerra civile spagnola: la perdita, che sarebbe stata per sempre, della propria terra. E, all’improvviso, trovarmi in mezzo al mare. Mare da tutti i lati dell’enorme nave. Dimenticare che la nave è nave e pensare, invece, che è una casa molto grande. Da dove non si può uscire: se non da una stanza all’altra: da un salone all’altro. Curioso: la nave la ricordo deserta: c’ero solamente io sulla barca. Dove erano andati a finire gli altri? Non c’erano passeggeri? Non c’era movimento? No: io e nessun’altro. E come mai i pasti erano pronti all’ora giusta? E come mai il letto era rifatto con le lenzuola stirate e il copriletto impeccabile?

Per me era una nave fantasma: dove tutto era deciso senza la presenza di esseri umani. E io mi divertivo: il funzionamento prodigioso dell’invisibile.

Quando, anni dopo, mia madre mi raccontava della presenza della gente e dei loro nomi e del capitano e degli ufficiali, non le credevo: impossibile: era la sua immaginazione che le aveva fatto vedere queste persone. Dato che non le piaceva la solitudine, se le inventò. La verità è che non c’era nessuno sulla nave: nemmeno i miei genitori.

Il mare era la più aperta delle frontiere: con il cielo e con una profondità insondabili. Tra due misteri: la nave. Il dondolio era leggero. Il vento faceva il solletico. La perfezione assoluta. Nemmeno credo alla storia della tormenta che raccontava mia madre. Ma se il viaggio è stato idilliaco: nessuno vide l’albero della nave girare in tondo e provocare mal di mare e vomito. No: a nessuno toccò questo. Ancora: esagerazioni di mia madre. Contava solo il mare: lo splendido mare d’argento: specchio che rifletteva il sole statico e che faceva male agli occhi: e che accecava.

Il mare, che sembrava una pista di ghiaccio, se non fosse per le leggere increspature, era stato il mio primo ricordo di vita. Una grande casa galleggiante che non sembra muoversi, ma si dirige verso qualche luogo. Con l’idea che tutto è deciso: tutto pianificato: tutto previsto. Per cui non c’è altro rimedio che pensare e pensare. La cosa più divertente che possa succedere ad una bambina è mettersi a pensare. Scoprire che se non si parla, nessuno, assolutamente nessuno, può sapere quello che uno pensa dentro. Ovvero, che è dentro il pieno possesso del segreto. Che dentro può succedere cosa e nessuno se ne accorgerà.

Che anche circondata da tutta la gente che uno può immaginare e che le sta vicini, quasi inciampando su di lei, calpestandola, sentendo il suo respiro, il suo odore, non possano,neanche uno solo tra loro, sapere quello che la bimba pensa. Questa è una delle grandi meraviglie della vita. E tra l’altro, oggi credo che sia questa la prova del fatto che vale la pena vivere la vita: il segreto inviolabile. (Se non fosse per le braccia quando si dorme).

Ebbene: dall’avventura di pensare al mare, mi immersi in un’altra avventura: l’avventura di vivere in un’isola da sola. Perché dopo il viaggio per mare, la nave attraccò in un’isola dei Carabi. E per quel che ricordo, c’ero solo io a vivere lì. A volte c’erano i miei genitori ma per gran parte del tempo ero da sola. 

L’isola fu meravigliosa come la nave: questa sì che era un’enorme distesa di terra e non vidi mai il mare: devo aver vissuto nel centro esatto dell’isola. Ancora, non mi preoccupava ciò che preoccupava gli adulti. Negli anni che vissi sull’isola mangiai due volte. Una volta un’arancia, della quale inghiottii un seme ed ero sicura che sarei morta. Mia madre mi convinse che non sarei morta e, in effetti, non successe. La seconda volta è stato il miglior pranzo che abbia fatto in tutta la mia vita: un tramonto dal balcone di legno, con un piatto fondo di fronte a me, pieno di riso e fagioli. Per tre anni mi furono sufficienti i due pasti.

Ricordo di essermi lavata soltanto una volta. Una sera: prima di andare a dormire: 

Quando faceva molto caldo. Tanto caldo che le finestre del bagno erano spalancate: e lo sesso la porta: perché corresse un po’ d’aria. Potevo vedere le piante del giardino verdeggiante e ancor più lontano le erbe selvatiche della campagna e gli alberi del monte. Qualche stella: forse venere: e una vaga aureola della luna. Io ero immersa in una vasca piena d’acqua e mi sentivo molto contenta. Accanto a me, su un tavolino, la luce di una abat-jour creava forme sull’alto soffitto. Fino a che avvenne un episodio pauroso: dalla finestra aperta penetrarono velocissime due o tre farfalle nere, grandi come corvi, che volarono sulla mia testa e mi sfiorarono le ciglia. Non potetti neanche gridare e non c’era nessuno vicino a me: prova del fatto che io ero sola sull’isola, come Robinson. Per questo non ricordo di essermi lavata altre volte.

Mi rigiro di nuovo nel letto e le braccia non trovano la loro sistemazione. Mi si presentano altre immagini: quelle di un altro viaggio: questa volta in aereo. Il mio primo viaggio in aereo. Questa volta verso il continente: prima a Mérida, in Yucatán: poi a Città del Messico. Arrivare a Mérida fu come entrare in uno strano libro: le immagini le conoscevo già: questi uomini vestiti di bianco, con i pantaloni corti e i cappelli da cacciatori africani, cosa ci facevano all’aeroporto di Mérida? Erano immagini che provenivano da libri che avevo sfogliato ma che non mi aspettavo di trovare in quel momento: e se ci fossimo sbagliati di paese? e se i miei genitori avessero preso l’aereo sbagliato? I cacciatori si comportavano in modo normale: tutto era in ordine e non c’era nulla di cui meravigliarsi. Documenti, passaporti, biglietti, timbri erano quelli giusti. E se da Mérida fossi partita per la foresta?

Sono pensieri come questi che impediscono di sistemare bene le braccia quando si dorme.

Comincio a credere che la confusione interiore è quella che mi mette in disordine la posizione delle braccia. Le sento lunghe, molto lunghe: come se arrivassero per terra. E pesanti, molto pesanti: come di cento chili ciascuna. Lente: insensibili: aliene. Di chi sono queste braccia? O meglio ancora: cosa sono queste braccia? Estremità superiori mobili: pieghevoli. Con articolazioni. Con dita. Con falangi.

Con unghie sulle punte. Strani strumenti.

Bene, si. Da Mérida sarei potuta andare nella foresta. Sarei una specie di Tarzan. Una Tarzana. Appendendomi ai rami degli alberi. Saltando di liana in liana.

Ma tornando ai metodi per conciliare il sonno, potrei utilizzare quello antico di contare le pecore. La monotonia mi farebbe addormentare e mi dimenticherei delle braccia. Il problema è che contare le pecore mi annoia e non mi fa venir sonno. Le braccia sono ossessive. Non c’è ossessione peggiore che quella delle braccia. E non lo capisco. Perché da bambina andavo d’accordo con le mie braccia. Mi piacevano. Mi aiutavano. Mi servivano.

Di solito erano molto pratiche. Dalla pelle liscia: con un sottile velo alcuni nei ben collocati. Spalla, gomito e polso dal funzionamento perfetto. E molto docili per dormire. Cosa mi succede adesso? Come se le mie braccia non fossero le mie braccia: ma dei pezzi di legno.

Tesi. Fastidiosi. Di pino.

Se non volevo somigliare a mia madre, e fu lei a parlarmi dell’impossibilità di dormire con le braccia in ordine, perché mi succede tutto questo proprio adesso, quando pensavo di averlo dimenticato? Un pagamento in ritardo? Una promessa che deve essere mantenuta? Semplicemente e semplicemente devo dimenticare.

Dimenticare l’educazione ricevuta. Vediamo se le braccia si sistemano di nuovo.

Mentre mi giro e mi rigiro nel letto, le braccia mi servono solo come punto d’appoggio. E anche come punto do riferimento. Mi indicano la posizione in cui mi trovo. Continuo a non sapere come sistemarle. Né so cosa farne. Perché non posso svitarle né metterle da una parte. Gli manca qualche vite.

Mi metto a pensare perché non voglio assomigliare ai miei genitori. Quasi tutti i figli sono orgogliosi dei propri genitori. Fin da bambina mi vergognavo di loro. Ma non capisco perché. A prima vista non facevano una così brutta figura. Anzi, facevano una bella figura. Bella presenza. Eleganti. Con un bel parlare. Ben educati. 

Comportamento normale. Dov’era il difetto? Beh, che qualunque cosa dicessero, era il contrario di ciò che avrei voluto sentire io. Avevo come l’impressione che non usassero il linguaggio adatto. C’era qualcosa che non coincideva tra quello che dicevano loro e il mondo che li circondava: che era incomprensibile per l’uno e per l’altro.

Loro non si rendevano conto di creare stupore, tanto quello che dicevano poteva sembrare il contrario alle orecchie di chi li ascoltava. Le loro parole suonavano come quelle che pronunciavano gli altri, ma significavano un’altra cosa. Non c’è dubbio che la lingua della Spagna e del Messico, apparentemente identica, non lo sia. Per cui i fraintendimenti erano indescrivibili. E questo mi faceva vergognare. Tanto che non ebbi mai il coraggio di spiegargli questa situazione. Ad esempio loro hanno sempre ignorato che chino non è un abitante della Cina, come si crede in Spagna, ma una persona con i capelli ricci, come si sa in Messico. Cosa che ha creato più di un equivoco lunghe discussioni nelle quali i miei, nonostante i loro capelli ricci, insistevano sul fatto di non essere cinesi.

Torno a ripetere queste scene accadute nella mia infanzia e il sonno continua a non arrivare. Le braccia. Le braccia pesanti. Ma perchè mia madre mi ha detto quella frase? Cosa fare con le braccia quando si dorme?

Beh, niente. L’ho appena scoperto. Il fatto è che le braccia hanno bisogno di un cuscino. Non solo la testa ha bisogno di un cuscino: questo privilegio per le parti pesanti. Anche la parte che solleva ha bisogno del suo appoggio. Un piccolo cuscino di piume d’oca, con una bella federa, bianca e con merletto, per ogni braccio. Sì. Indubbiamente: le braccia hanno bisogno di un cuscino”.

Finisce di raccontare la confidente.*

Traduzione italiana di Francesca Minerva

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MULTIMEDIA:

LIBRI DI ANGELINA MUÑIZ-HUBERMAN (CNL-INBA)

La burladora de Toledo, romanzo, in voce dell'autore (UNAM)

The Merchant of Tudela (romanzo. Google Books)

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Fuente: * Dal libro Las confidentes. México, Tusquets Editores, 1997.

 

 

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