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Cinco Décadas de Cuento Mexicano. Antología. Perea, Pitman, Taylor, Tedeschi, Valenzuela

Ricominciare (Italiano)

Silvia Molina



Una mattina mi svegliai con la domanda tra le labbra; dissi a mio marito togliendogli le coperte:

- Santiago. Santiago, svegliati. Sei contento di quello che sei? 

Lui tirò a sé le coperte e si girò dall’altra parte.

- Dimmi solo se sei felice della tua vita; sì, di quello che sei.

- Che modo di svegliare una persona! – Protestò.

- Voglio sapere se ti piace essere un assistente contabile. Non hai mai pensato che tu stesso potresti essere il contabile dell’agenzia? Non hai mai pensato ad essere un’altra cosa? Un essere differente?

In quel momento suonò la campana di Santa Rita richiamando alla messa delle sei. Sa, non abbiamo mai dovuto comprare una sveglia. Santiago si alzò per andare a farsi una doccia lasciando le mie domande sospese nell’aria. Ma lo seguii fino al bagno e seduta sul water gli liberai quello che avevo dentro:

- Bene, io no, Santiago; non sono contenta di me. Da quando ho iniziato a stare male e con la mia invalidità mi sono resa conto che non mi piace nemmeno il mio lavoro: insegnare ai bambini sempre le stesse cose, le date “importanti” della storia messicana, l’Articolo 123, la localizzazione degli Stati... resistendo all’arroganza della direttrice della scuola, sopportando le invidie e i pettegolezzi delle altre maestre. Sai, non credo che tornerò a fare lezione. Ho sognato di non voler morire senza aver fatto qualcosa che mi piaccia davvero.

L’unica cosa che venne in mente a mio marito fu di chiedermi se mi sentivo bene. Poi aggiunse:

- Sei pallida, vai a riposare.

- Non si tratta di riposare. Voglio cambiare; essere un’altra; quella che sempre ho voluto e non ho potuto essere.

Uscì con la testa fuori dalla doccia e mi guardò, seduta lì, poca cosa. Forse sorpreso delle mie lamentele.

- Per esempio?

- Per esempio – risposi- sono maestra perchè era la carriera più breve, con la quale aiutare mia madre; ma ora ammetto che non mi è mai piaciuta. Nemmeno aiutare lei perchè l’intero stipendio finiva nelle mani di quello che poi è diventato il mio patrigno. Io volevo diventare biologa, affacciarmi da un microscopio e scoprire il movimento dei batteri, microbi colorati da sostanze azzurre, gialle o verdi; fare disegni di amebe come alla primaria, di cellule... vedere quante forme differenti possono raggiungere. Ma lei mi diceva: - quella carriera è per le ragazze audaci, che hanno possibilità economiche e migliori titoli di studio-. Mi ha sempre sottovalutato. E nonostante questo, ora, dopo tanta analisi mi sono resa conto che invidio le signorine che passano ore tra boccette, contagocce e provette, guardando strani esseri che palpitano e si contorcono quando gli gettano non so che. Ti dico questo perché una volta mi hanno lasciato guardare, dato che ormai mi conoscono bene. Non credi che io stessa potrei stare al posto di una di loro con il mio camice bianco e la mia mascherina?

- Raccogliendo la cacca degli altri – mi disse insolente.

E glielo dissi, che era un insolente. E anche che io non ero più disposta a continuare a reprimermi con la mia abitudine di non protestare, di non parlare quando ne avevo voglia e di non esigere di essere ascoltata, di non prendere da sola le mie decisioni. Che non mi sarei più accontentata di condurre una vita grigia, intrappolata in quel modo di essere che mi diedero insieme al nome.

- Sono così - gli assicurai - perchè così mi hanno imposto.

- E come sei?- mi chiese con la faccia di chi ha appena visto uno scorpione.

- Così, non mi conosci?

- Così come?

Così, credendo che la vita è solo questa che faccio io, quella che mi hanno insegnato. Senza aver mai sospettato che ci fossero altre cose, che io sarei potuta essere diversa. Volevo avere un figlio perchè così ho imparato che doveva essere, perchè come tutte le mie amiche aspettavo il giorno di comprare una culla, di cucire vestitini, di ricamare bavaglini.

Quando mi hanno detto che mi avrebbero svuotato ho avuto una paura orribile; come dire? Di diventare una donna a metà. E mi sono sentita colpevole di non poterti dare quella figlia che desideravi ogni volta che facevamo l’amore.

Mio marito iniziò a radersi velocemente, ignorando le mie parole.

- Ti sto parlando Santiago, fammi caso – gli dissi.

Sa che mi rispose? Che aveva parlato con sua madre, che veniva da Coatepec a stare qualche giorno con noi, che le aveva detto che non stavo bene, che avevo bisogno di aiuto in casa, qualcuno che mi facesse compagnia nel caso mi fossi dovuta operare di nuovo.

- Questo è esattamente ciò che non voglio, Santiago. Non sono disposta a far venire tua madre perché mi dica come si fa la zuppa di ceci, come devo stirare il collo delle tue camicie. È proprio quello che sto cercando di dirti; non sono più disposta a sopportare le cene di famiglia, a vedere la faccia di quello svergognato di tuo fratello che trova sempre un pretesto per ridurti lo stipendio. Se viene tua madre la caccio.

Mio marito uscì dal bagno sbattendo la porta. E sa cosa? Non piansi. Un altro giorno l’avrei fatto. Molte volte durante i nostri litigi lo feci. E lui reclamava sempre:

- Non sai fare altro?

Quella mattina mi resi conto di sì: provare, almeno, a cambiare la mia vita.

***

Conobbi mio marito il giorno che venne alla scuola per fare domanda di assunzione. Per caso gli presi io i dati. La segretaria della direttrice non era venuta a lavorare quel giorno e io rimasi in direzione a dare una mano. Quando arrivai alla sua descrizione lo guardai ripetendo ad alta voce: 

- Capelli neri, ricci. Occhi neri, grandi. Naso lungo. Labbra sottili. Costituzione robusta. Altezza?- gli chiesi.

- Uno e sessantotto.

- Età?

- 26 anni.

- Segni particolari?

- Ho un neo qui – mi rispose indicando la natica destra.

Diventai rossa e sorrisi.

- Così è ancora più carina – mi disse.

- Venga lunedì – conclusi.

Venne il lunedì ma per dirmi che aveva trovato lavoro in un’agenzia di viaggi, senza bisogno dei tanti dettagli richiesti in una piccola scuola che nemmeno era riconosciuta dalla Segreteria dell’Educazione. E che era venuto per me, per invitarmi a pranzo.

Nella locanda mi chiese di andare a cercare dove poter andare a vivere perchè a dicembre, con la tredicesima di entrambi, ci saremmo sposati. Gli risposi che era pazzo, e ora si vede..

E’ sempre stato allegro e molto educato, non aveva nessun vizio e non era per niente apatico.

A mia madre aggiustava il ferro da stiro, la radio e la televisione. Metteva un chiodo qui, una serratura lì; smontava l’orologio, cambiava la bombola del gas e controllava cosa succedeva al boiler.

Ci sposammo a gennaio e l’agenzia gli regalò un viaggio a Taxco e Acapulco.

In realtà io non mi rendevo bene conto che stavo per sposarmi; credo di non aver mai pensato – sto per sposarmi -; forse ero ancora un innamorata del professore di ginnastica. Mia madre invece aveva sempre uno dei suoi commenti da fare:

- Ho trovato questa pentola a pressione ora che sono stata a La Lagunilla. E’ per casa tua.

Così iniziai a riempirmi di cose per la casa: delle lenzuola, una tovaglia, due coperte, una Vasconia, una porcellana del Anfora... tutto con i miei soldi ovviamente, con quello che io continuavo a consegnargli, stipendio dopo stipendio.

Prima non mi sarei mai azzardata a pensare di essere un peso per mia madre. Mentre mio padre viveva con noi era diverso; tutti dicevano che eravamo molto uniti. Io sentivo quest’unione, l’appartenenza ad una famiglia, solamente quando andavamo a Cuitzeo. Il nonno e il Tatita avevano la casa sottosopra. Sa, erano pescatori.

Il mio Tatita, il mio bisnonno, continuava a ripetere per tutto il tempo che siccome non poteva insegnarmi a lanciare la rete nell’acqua, dovevo imparare a suonare la chitarra. Ad alcune feste mi faceva cantare; facevamo le prove nel pomeriggio, quando tornava dal lago. Lui mi faceva da seconda voce e io lo sentivo così orgoglioso...

In seguito odiai andare a Cuitzeo perchè fu lì dove mio padre conobbe l’altra. Non le abbiamo mai dato un nome, era l’altra. Imparai anche a non nominarla. Mi insegnarono così.

Vede: le cose mi accadevano ed io, fino ad allora, le accettai sempre.

So che uno non cambia dalla notte alla mattina. Di più, che uno cambia però gli altri non capiscono il cambiamento, e tutto diventa più difficile e complicato. Per esempio, mia madre. Indovinai quello che mi avrebbe detto quando entrò nella stanza dopo la prima operazione. Che dovevo ringraziare Dio perchè i figli sono una scocciatura. Averi voluto poterle dire quanto male mi ha fatto, però credo, non solo di non avere coraggio, ma anche che in fondo desidero un suo gesto d’affetto; anche sia uno. Poi mia madre mi parlò della sua stanchezza, della sua noia, di quella stoffa che aveva appena comprato e che avrebbe portato alla sua amica perché le facesse un vestito.

Quando mio marito entrò nella stanza fu tutta un’altra cosa: come cadere in un abisso, nell’oscurità, come un cristallo che scoppia in mille pezzi. All’inizio rimase in piedi, lì, a guardarmi, come se non sapesse cosa dire. Poi si avvicinò e mi diede un bacio sulla fronte.

- Forse potremmo adottare un bambino, non credi?

- Forse, non sarebbe stato l’unico che avrei potuto darti – riuscii a pronunciare prima che mi scendessero le lacrime.

Poi mi raccontò che gli avrebbero dato alcuni giorni di ferie all’agenzia e dei biglietti aerei per andare a Veracruz, al mare.

Ascoltandolo avevo la certezza che lui era più disperato di me per il mio cancro, per la mia sterilità, per la ribellione che iniziava a nascermi dall’idea che avevo un modo di essere che io non avevo scelto. Come se quella luce che vidi aprendo gli occhi dopo l’operazione nella sala da terapia mi fosse entrata dentro dicendomi che potevo cambiare, che avrei avuto cose più importanti della maternità. Avrei dovuto iniziare a cercare, a cambiare. Il problema era che se io avessi smesso di essere quella che non volevo essere, mio marito avrebbe dovuto adeguarsi a certe cose che non accettava che andassero male.

Non era il suo carattere ciò che desideravo fosse differente, credo di averle già detto che era allegro e buono, che era molto responsabile rispetto alle cose della casa e che era molto ordinato in tutto. Mi sarebbe piaciuto, per esempio, che avesse allontanato la sua famiglia da lui. Costantemente veniva sua madre da Coatepec; si stabiliva nel nostro appartamento per uno o due mesi. E perfino questo forse non era insopportabile. Lo era invece il fatto che la sua presenza significava che tutto smetteva di essere come piaceva a me: non potevamo girare nudi per casa, muoverci in libertà, decidere dove andare o che fare.

Se uno voleva vedere la televisione doveva accontentarsi di quello che la signora stava guardando. Mi stancavo di sorridere, di comprare le migliori prugne o manghi o mele per il dolce. E la signora per “compiacerci” metteva in ordine la dispensa o l’armadio. E non si sapeva più dove stava il sale né dove erano stati messi gli asciugamani. Oppure andavi a dare da mangiare ai passerotti e non ritrovavi più il cibo dov’era sempre stato perché “in quest’angolo c’è meno sole”, e uno cercava di spiegarle che da lì cadeva l’acqua del canale di scolo della terrazza di sopra. 

Quando uscii dall’ospedale, cambiare divenne la mia ossessione. Santiago mi ostacolava:

- Che stupidaggine! Non smetterai mai di essere María López!

Questo è il mio nome. Quello che mi hanno dato quando sono nata: María López. Non ha nulla di speciale ed è così corto che sento che non contiene forza, voglio romperlo, farlo esplodere fino a vedere le vocali da un lato e le consonanti dall’altro. Ma poi sa, sogno che le lettere tornino ad unirsi per dare a questo María López un significato nuovo, un María unico, differente; un López con una “O” lunga e prolungata, che accompagna una María diversa, rinnovata.

La mia convalescenza fu come se io stessa mi fossi messa su una corda tesa tra due pali di un circo, come se io stessa mi fossi detta che stare in aria, a quell’altezza, era una cosa da bambini. Era stare in punta di piedi su quella corda, morta di paura perchè non sapevo la cosa più importante: come camminare.

Fu in qualche modo ricominciare come quando mio padre ci abbandonò. Un giorno disse che andava a Cuitzeo e non lo abbiamo più visto. Dopo due mesi, mia madre regalò all’idraulico le sue cose: il suo unico vestito, le sue scarpe buone, la sua cravatta azzurro marino e il sombrero di feltro che usava per andare a lavorare. 

Provai a impedirlo:

- Forse si è ammalato e per questo non viene. Che gli diremo delle sue cose?

- Credi davvero che tornerà? Sarà con l’altra. Non gli importa nulla di questa casa.

“Non gli importa nulla di questa casa” faceva eco nei miei sogni. Non l’ho ancora perdonato; e non è per l’odio che gli portò la famiglia di mia madre. Veramente, aveva il diritto di cercare una donna che lo capisse, che sapesse comprendere la sua semplicità; non era un uomo di città; era un pescatore che non si adattava a lavorare nella Segreteria di Commercio come Capo dei Servizi. Aveva il diritto di tornare al suo lago, di desiderare un letto che lo aspettasse impaziente. Mio padre aveva diritto a tutto, tranne che a dimenticarsi che io ero lì, a camminare insicura da un lato all’altro dell’appartamento, ad aspettarlo, cercando di dare forma ad un futuro senza di lui.

A quel tempo vivevamo a Tacubaya, nell’Avenida Jalisco, proprio di fronte all’edificio del Calzado Canadá. Di notte, le luci dell’insegna Canadá, azzurre, gialle e rosse, si accendevano e si spegnevano anche nel nostro appartamento. Quando l’edificio si illuminava, sembrava che la mia stanza assumesse un aspetto accogliente; la sentivo più grande, più calda.

Mio padre si era dato il compito di entrare all’alba nella mia stanza per chiudere le tende e rimboccarmi le coperte. Poi mi toccava le spalle o appoggiava la mano sulla mia fronte o mi accarezzava i capelli mentre mi baciava. Molte volte ho avvertito la sua presenza nei miei sogni o ho contato i suoi passi: dalla finestra al letto, dal letto alla porta. Era un gran camminatore. Di sabato, ad esempio, andavamo a piedi al Mercato di Mixcoac, per il solo piacere di passeggiare. Mi insegnava tutto:

- Guarda María, l’orologio della Delegazione, è del 1895; riesci a vederlo?

Una volta mi portò fino alla Chiesa del Carmen, lì a San Ángel, perchè vedessi le mummie. Mi caricò sulle spalle per tutta la strada del ritorno, mentre io mi aggrappavo ai suoi capelli spessi. Interrompeva costantemente la nostra conversazione per salutare suoi conoscenti: il ferramenta, il cartolaio, il macellaio, la vecchietta della merceria... viveva Tacubaya come se fosse stata il suo paese. E chi lo avrebbe detto, si mostrava sempre orgoglioso di me. E dal suo ufficio mi portava matite, portachiavi con il ritratto del candidato López Mateos, libretti...

Una volta venne il nonno per portarmi a Cuitzeo, io avevo già diciassette anni. Non volli andare, perchè? Pensai che mio padre mi avrebbe respinto un’altra volta. Sarebbe venuto lui stesso a cercarmi, non crede? Non lo avrei mai più rivisto. Nemmeno sa che mi sono sposata, che... immagino che nemmeno gli interessi, ha vicino a sé le sue altre figlie.

***

Credo che lo shock più terribile lo ebbi dopo il risultato delle analisi nell’Ospedale 20 Novembre; proprio il giorno che ci dissero, a me e a mio marito, che avrei avuto bisogno di un trattamento di chemioterapia. E non per ciò che questo significava; dopotutto ci parlarono tanto degli svantaggi come dei vantaggi.

In realtà fu perchè quella notte Santiago tornò ubriaco e, come un vulcano, eruttò, sputando uno dopo l’altro i suoi risentimenti, mi feriva senza pietà, si feriva senza poterlo evitare.

Santiago beveva solo durante le riunioni; riusciva a sopportare otto o dieci cuba libre senza convertirsi nel “pagliaccio della festa” come diceva la pubblicità della televisione. Diventava solo molto allegro, ma non smetteva di essere corretto. 

Da tempo non andavamo più in nessun posto per distrarci, e ora nessuno veniva a visitarci. In altre parole credo che stessimo troppo da soli. All’inizio della mia malattia venivano a trovarci le mie amiche e una coppia che Santiago conosceva da prima che ci sposassimo. Le mie amiche del Liceo e della scuola si erano messe d’accordo per non lasciarmi da sola: mi portavano mandarini, uva, dolci al cioccolato, biscotti, margherite o garofani. Mi riportavano i pettegolezzi della scuola, sulla direttrice, sulle altre maestre, sulle amiche assenti... finché non mi veniva sonno e capivano che desideravo dormire. 

Però sa, quando una malattia si prolunga troppo, la gente si stanca di pensare al malato, si distrae e poco a poco si frappongono le uscite al cinema, a Chapultepec, le spese della casa, le attenzioni ai figli, la stanchezza.

Quella notte feci le tre di notte ad aspettare Santiago; nella mia mente sfilarono le peggiori atrocità: che lo avessero aggredito, investito. Pensai addirittura che si sarebbe ripetuto l’abbandono di mio padre: vissi sulla mia pelle la disperazione di mia madre. Santiago non lo faceva mai; voglio dire, andarsene così. Quando ritornò io ero in bagno. L’infiammazione al ventre mi obbligava a stare lì per la maggior parte del tempo, liberando fino all’ultima goccia d’acqua che bevevo. All’improvviso sentii che la porta si apriva. In un momento mi sentii sollevata e subito dopo, si immagini, mi corvertii in una batteria carica di rabbia. Non lo avevo mai visto così, ridotto uno straccio. Dov’era il suo corpo immenso e fermo, le sue braccia forti, le sue gambe robuste, le sue spalle alte che le mie mani conoscevano a memoria? Dov’era quell’uomo che era uscito quella mattina con il vestito stirato e la camicia pulita? Non abbiamo mai saputo dove aveva tirato la cravatta.

Rimasi a guardarlo piena di coraggio:

- Qui c’è la tua stupida, aspettando che rientri all’ora che ti venga voglia. Guarda soltanto...

Santiago mi interruppe con voce vigorosa nonostante il suo stato:

- Sono stufo di te, del tuo cancro, della tua superbia, di questa misera idea che hai di fare tutto bene, dei tuoi fottuti desideri di cambiamento. Morirai, María. Non lo capisci? Non riesci a vedere la realtà?

- La realtà? – gli dissi. – Che cos’è per te la realtà? Tutti moriamo, Santiago. Tutti. In qualsiasi momento. Tu stesso potresti morire prima di me anche se scoppi di salute. La morte è sempre lì. Io non ho paura, Santiago. E tu, sì. Questa è la differenza.

- Ma tu sei segnata, María – insistette.

Si lasciò cadere a terra e appoggiò la spalla ad una delle poltrone che avevamo comprato da I Fratelli Vázquez. Io mi accomodai di fronte a lui, cercando di comprendere la sua solitudine; la mia. Perchè si dava per vinto prima ancora di iniziare a combattere?

- Non ti illudere, María. Lascia che ti aiutino. Perchè non chiami tua madre se non vuoi che venga la mia?

Povero Santiago, avrebbe dovuto vederlo: si tirava i capelli e scuoteva la testa da una parte all’altra. Sembrava che lo avessero rotto dentro con un unico colpo secco. Rincollare i suoi pezzi avrebbe richiesto tempo.

Molte volte avevo cercato di convincerlo del male che mi aveva fatto la mia famiglia, soprattutto mia madre. Cosa potevo aspettarmi da lei, quando avevo organizzato la sua vita, a modo suo? Come potevo far capire a Santiago che avevo un cancro ma che ero ancora viva?

- Non sono necessarie quattro mani per rifare un letto o per lavare otto piatti. Lo sai? Visto che non posso andare a lavorare ho già chiesto come posso studiare qui, chissà che un giorno non riesca a diventare biologa, non credi?

- Porca puttana! – gridò. – Non te ne rendi conto? Scendi con i piedi per terra.

- Va bene Santiago. – Risposi. – Supponiamo che stia per morire. Tra quanto tempo? Ti ha detto per caso il dottore l’ora, il giorno, il mese? Non resterò a braccia incrociate; non aspetterò la morte con le mani in mano. Se mi danno quattro giorni lì vivrò pienamente; se sono quattro mesi, anche; se sono quattro anni, sarà una meraviglia. Più tempo per fare quello che prima non ho fatto per pigrizia, per aver creduto in quello che mi hanno insegnato: tutta la mia vita è stata come stare a scuola a scrivere un dettato sul mio quaderno italiano annotando quello che sì e quello che no. Non mi interessa rimanere in buoni rapporti con nessuno, non mi importerà più quello che la gente dice, quello che la gente pensa, quello che la gente insinua. Ora ho aperto un foglio da disegno immenso e ho cominciato a tracciare una linea che porterò al suo limite estremo, una linea che avrà la forma che io le darò, fintanto che potrò farlo.

- Sei fottuta Maria! Fottuta!

Non lo spostai da lì. Si gettò completamente a terra, ripetendo e ripetendo lo stesso, colpendo le mattonelle con il pugno chiuso.

Non so da dove provenisse la mia forza, il mio coraggio. Lo vedevo così stufo di me, così stanco, come se avesse avuto fretta di farla finita una volta per tutte.

Ma per me le cose e il tempo avevano un altro significato. Non desideravo più che arrivasse la notte per stendermi sul letto a non pensare, a guardare solo una parete scura, ad aspettare che il sonno mi afferrasse come se fossi già morta.

Niente mi feriva di più che vedere Santiago così, soffrendo senza voler capire niente, senza nemmeno riconoscermi, cercando di negarmi un’opportunità.

Mi venne voglia di portarlo in camera, di fare l’amore, di lasciare che María López tornasse ad essere il torrente furioso che trascinava Santiago moribondo fino alla deriva di se stesso. Volevo che le mie mani ansiose riconoscessero il suo corpo, che le sue mi trasportassero sul precipizio dove diventavo l’acqua che scendeva a cascate infuriate verso di lui. Ma Santiago e io rimanemmo lì, soli, nella notte quieta.

***

Sa, presi le pasticche per il dolore e mi misi al letto pensando al Tatita. Si passa improvvisamente da un pensiero all’altro come se non c’entrassero nulla l’uno con l’altro, ma in realtà sono sempre più in relazione di quanto si sospetti.

L’ultima volta che vidi il Tatita, il mio bisnonno, fu a Cuitzeo, quando ci andai con mia madre. Mio padre era “scomparso” da soli due anni. Mia madre andava a firmare il divorzio per potersi sposare con il mio patrigno. Non mi piacque per niente quel viaggio.

Per niente. Andare a casa del nonno era sempre stata una cosa naturale, una vacanza, stabilirsi con un poco di disordine, andare all’orto a tagliare la frutta, far scorrazzare i polli nel patio, non stancarsi di guardare il lago. Questo viaggio dovemmo annunciarlo, che questa settimana no, quella seguente. Vennero prese molte precauzioni per non incontrarci con l’altra, perché la sua permanenza non venisse a coincidere con la nostra. Arrivate a Cuitzeo mia madre inviò un messaggio: siamo qui, veniamo in visita.

Ci fermammo in una pensione e non mi diedero nemmeno il tempo di riconoscere il paese con le sue case di tegole, le strade lastricate di pietre, l’odore del fango... – María, sei del colore di Cuitzeo -, era solito dirmi mio padre da bambina. E tutto questo e lui nemmeno c’era; ci dissero che era venuto a Città del Messico per un’ “emergenza”, che aveva lasciato tutto firmato.

Mio nonno uscì a riceverci. Prima saremmo semplicemente entrate. Non so se mi capisce, regnava l’inquietudine. Ma mi abbracciò come sempre. Mi prese in braccio: - Guarda come sei diventata grande e bella, María -, e poi mi mandò a cercare il Tatita, disse perché mi vedesse.

Lo trovai in terrazza su una sedia a rotelle, ridotto alle sole ossa.

Aveva lo sguardo perso nel lago e l’aspetto dolce. Quel Tatita che avevo lasciato suonando la chitarra fino all’alba era una pelle rugosa e vecchia.

Non mi riconobbe: disse a mia zia che ero con lui: 

- Mettile uno scialle a Teresita, fa freddo.

- Sono María, Tatita – gli dicevo. – Sono María. Teresa è lei, mia zia. Io sono María la tua pronipote. Così rapidamente ti sei dimenticato di me?

La zia Tere si mise l’indice sulle labbra indicandomi di tacere. Ma il Tatita non ci fece caso; tornò col viso dolce e lo sguardo perso nel lago. Chissà cosa pensava.

Lo stesso iniziava a succedermi con Santiago: non mi vedeva. Io parlandogli di me; e lui senza riuscire a riconoscermi.

***

Svegliandomi una domenica, mi resi conto che Santiago non era tornato a dormire. Fu come se in qualche modo fossi stata ad aspettare quel momento. Erano settimane che si comportava in modo strano, arrivava tardi, parlava poco, si irritava per qualsiasi stupidaggine o cercava un motivo per litigare. Ma soprattutto, come ne aveva l’opportunità, usciva sbattendo la porta.

Mi alzai angosciata: compresi che avrei dovuto passare il resto dei miei giorni senza di lui.

Guardandomi allo specchio mi resi conto che qualcosa mi stava sfuggendo di mano.

Se io ero disposta a lottare contro il cancro, non riuscivo però a dissimulare il segno che il suo passaggio lasciava dentro di me. Non era il pallore che mi preoccupava, nemmeno quelle occhiaie color cenere. Era accettare che la distanza tra noi si riflettesse sul mio viso. Se prima non riuscivo a capire perché Santiago cercava ogni pretesto per allontanarsi da me, lo compresi guardandomi allo specchio: anche fisicamente stavo cominciando ad essere un’altra.

Andai a gettarmi sul letto. Ascoltai il rumore della strada, i motori delle macchine, gli schiamazzi dei bambini della scuola vicina, e mi sorpresi, per la prima volta, a dubitare: avrei potuto trasformare il mio destino in qualcosa di miracoloso dal quale sarebbe improvvisamente sorta la fortuna? Ma qualcosa mi fece riconoscere nel rumore della strada la persistenza della vita, la sua continuità, come se avessi stretto per un secondo la mia morte tra le dita, per scrutarla. Come quando da bambina, lì a Cuitzeo, esaminavo le farfalle per poi lasciarle andare a disperdersi in volo fino a vederle scomparire.

E mentre pensavo alla vita e alla morte, una serie di ricordi fluiva rapida nella mia memoria. La notte nel nostro appartamento a Tacubaya, con le sue luci intermittenti azzurre, rosse, gialle e l’ombra unica che segnalava il vuoto, in ogni angolo, di mio padre. La speranza che l’alba lo riportasse con se: forse domani, la prossima settimana. Allora gli dirò, mi abbraccerà. La figura rigida e inquietante di mia madre seduta nell’oscurità del salotto.

Dall’altro lato ricordavo la casa del nonno, il chiarore del sole che rendeva evidente il cumulo di oggetti, di contenitori, di vasi. Ogni cosa con la sua ragion d’essere per mia nonna che passava la maggior parte del tempo in cucina con il suo grembiule inamidato. Questo è un chiodo di garofano, María; quello, un cumino. La voce del Tatita che mi chiamava, raggiungendomi dovunque andassi:

- Vieni María, ti faccio vedere, ti ho comprato questa chitarra a Paracho, devi imparare. Chi non sa cantare, non sa amare. Vieni piccola, vieni.

E lottavo per allontanare da me l’ultimo ricordo di lui: lo sguardo perso, un sorriso da bambino. E mi chiedevo come poteva stare mio padre: - Chi non sa cantare, non sa amare-. Com’era la sua voce, aveva già i capelli bianchi, era magro, usava il suo largo sombrero? Qualche giorno, qualche alba avrà pensato a me, alla sua piccola María, la prima che prese in braccio, che baciò, che coprì di notte, che portava sulle spalle per l’Avenida Revolución mostrandole quel Messico che lui per primo stava scoprendo? E mi sentii piena di odio e di rancore.

Poi sfilarono nella mia mente tutte le mie amiche, quelle della primaria, quelle del Liceo, le compagne di scuola. Una lista di nomi a cui non avrei potuto confidare i miei dubbi, i miei risentimenti, la paura di tenere il destino, per la prima volta, nelle mie mani, nonostante il cancro fosse avanzato.

Ne desiderai una, una sola amica, una vera amica alla quale aprirmi come l’ho fatto con lei che appena conosco. Capisce ora? Avrei desiderato allora un’amica che avesse stretto la mano a Santiago con dolcezza, che fosse stata il ponte che ci univa in questo abisso insuperabile che ci aveva separato, che avesse ascoltato anche lui perché lo sapeva meglio di me, che io forse senza riuscire farmi capire avevo richiamato idee disordinate e ridicole di ciò che per me era l’unica possibilità di afferrarmi alla vita. Avevo bisogno di qualcuno che dicesse a Santiago che non era la mancanza d’amore ciò che mi portava a lasciarlo, che non era il disprezzo ciò che mi obbligava a dirgli che non doveva aver paura di accettare la sua sfida, che non doveva aver paura di vivere, di lasciarmi vivere il mio destino.

***

Ora sa perché non voglio vederlo. Non insista. E’ venuto a dirmi che tutto tornerà come prima tra di noi, che è venuta sua madre da Coatepec per restare qualche giorno mentre sono in convalescenza, che l’agenzia gli ha regalato un viaggio al mare, che se esco da qui adotteremo un bambino. Gli dica che in questa stanza non c’è la donna che lui cerca, che c’è solo una María López che insiste nel voler ricominciare, per la seconda volta, a mettere insieme le lettere del suo nome.*

Traduzione italiana di Camilla Fratini

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MULTIMEDIA:

LIBRI DI SILVIA MOLINA (CNL-INBA)

Encuentros y reflexiones (biografie. Google Books)

INTERVISTA (Club de Lectores)

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Fuente: * Dal libro Dicen que me case yo. México, Cal y Arena, 1991.

 

 

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