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Cinco Décadas de Cuento Mexicano. Antología. Perea, Pitman, Taylor, Tedeschi, Valenzuela

La volta che mi ubriacai (Italiano)

Bárbara Jacobs



La Biondina mi ha giurato che è mia amica e quando ci vediamo mi abbraccia molto affettuosamente e mi dice “Che bello vederti”, ma io non sono convinta. È vero che mi ha confidato segreti importanti, come cosa mettere sulle ciglia di notte per farle crescere, per non farle cadere e averle come un’araba; ed è anche vero che mi ha lasciato ascoltare le sue conversazioni telefoniche con il fidanzato, affinché io imparassi e sapessi cosa dire al mio quando lo avrò, ma io non sono convinta. Sarà che ho scoperto alcune sue bugie, ed è questo ciò che mi fa dubitare. 

Sarà davvero mia amica?

Per esempio, l’altro giorno aveva i capelli così belli che le ho chiesto:

– Che hai fatto?

– Niente – mi rispose, e tirò indietro la testa, e i suoi capelli biondi volarono e brillarono e si ondularono ancora di più, come succede ai capelli delle modelle delle pubblicità di non so quale shampoo in televisione. “Allora è vero”, pensai nel vedere i capelli della Biondina; vedete? Io alla televisione non ci credevo; pensavo fosse un trucco. Uno shampoo non sarebbe stato mai e poi mai capace di realizzare tali meraviglie.

– Ma come niente, Biondina? Dimmelo, non fare la solita.

– Li ho lavati, ma non ho fatto niente.

In seguito venni a sapere che aveva passato tutta la mattinata in un salone di bellezza, che lì le avevano fatto tantissimi trattamenti e che, alla fine, le avevano asciugato i capelli con raggi ultravioletti o non so cosa.

Fu allora quando dubitai che la Biondina fosse davvero mia amica. Perché mi aveva tenuto nascosto che era andata in un salone di bellezza?

Io feci finta di crederci, perché quella sera mi aveva invitato ad una festa e io avevo bisogno di lei: non mi so truccare, non so neanche che tipo di vestito bisogna mettersi in quelle occasioni. Per di più, non ho un vestito adatto, e lei doveva prestarmene uno.

Era la mia prima festa.

Fu orribile, eccetto per un momento. Un ragazzo molto bello, che si chiama Claude perché i suoi genitori sono francesi, mi si avvicinò e mi disse:

– Vuoi ballare con me?

Io ero seduta su una di quelle sedie affittate sulla cui spalliera c’è scritta la marca di una bibita. Gli risposi di no, che non sapevo ballare, il che era vero. Sul serio. Lui se ne stava andando, credo a cercare un’altra ragazzina che fosse sola, quando comparve la Biondina. Subito capì tutto, perché si chinò e mi disse all’orecchio:

– Non fare la stupida.

E si diresse verso Claude, che allora le disse:

– Mi chiamo Claude. I miei genitori sono francesi. Vuoi ballare con me?

La Biondina accettò e andarono a ballare, e lei non sa ballare. Claude adesso è il suo fidanzato e la chiama al telefono tre o quattro volte al giorno. La Biondina mi lascia ascoltare dal telefono che è in camera di sua madre. In quella stanza è tutto foderato di velluto color caffè, molto morbido, e il letto sta su una specie di pedana, anch’essa foderata.

La Biondina e io non siamo solo amiche. Suo padre e mio padre sono fratelli e viviamo vicini. Così vicini che per andare a casa sua devo solo attraversare il giardino. Poi, cerco la chiave sotto una pietra; solo io e la Biondina sappiamo qual è. Il brutto è che la chiave a volte è piena di cocciniglie, e allora la butto perché mi fanno schifo.

Quasi sempre ho paura di ritornare sola a casa, perciò la Biondina mi accompagna, ma solo fino alla porta. Non entra mai a casa mia, nonostante io passi lì tutta la giornata ogni sabato e domenica, e praticamente tutti i pomeriggi durante la settimana. Suo padre mi piace più del mio. Quando sono sola mi chiedo perché non sono sua figlia. Sono così diversi i nostri padri! Il mio è un orco. Tutti lo sanno. L’altro giorno mi sono persino ubriacata per colpa di mio padre. E di mia madre. Per colpa di quello che succede tra loro e che io vedo. I miei fratelli e mia sorella si sono già sposati e se ne sono andati, perciò sono fortunati perché non vedono nulla. Quando passano per una visita, si assicurano che papà non ci sia, e mamma li riceve come se fossero i suoi unici figli e non li vedesse mai. In queste occasioni mi tratta un po’ male. Mi dice solo con la sua voce canterina: 

– Susana, portaci i biscotti – o il tè, o qualsiasi altra cosa.

A volte mia sorella mi chiede come sto, ma non credo che me lo chieda seriamente, perché quando inizio a parlare lei, dopo aver guardato l’orologio, fa un saltello e mi dice:

– Devo andare! – perché torna suo marito e se non la trova a casa l’ammazza, dice.

– Al contrario – le dico, però a voce leggermente bassa.

Credo che non senta neanche questo, o non mi capisce, perché non sorride, né dice niente.

Quel giorno che mi ubriacai fu orribile.

Mio padre era chiuso nella sua stanza ed erano circa le due del pomeriggio. Mio padre rimane in quella stanza quasi tutto il tempo, e non permette a nessuno di entrare. Solo a me dà il permesso, però quando lui se ne va. Gli rifaccio il letto e passo l’aspirapolvere e muovo un po’ i suoi fogli, anche se non a fondo: se dovessi leggere qualcosa che non posso, lui mi scoprirebbe solo guardandomi in faccia. Schivo lo sguardo e questo mi incolpa.

Esce due o tre ore al giorno, ma io non so né dove va né niente, visto che quasi non lavora. Solo a me dice “Buongiorno”, o, quando ritorna, “Come va”, se mi vede in giro per casa.

A mia madre non le rivolge la parola, non la guarda, né niente e, se si incontrano sulle scale, entrambi fanno finta di non vedersi. Fingono di tossire e ognuno guarda dall’altro lato. O se mamma guarda in giù, mio padre guarda verso il soffitto. La cosa peggiore è quando si incrociano nella parte curva della scalinata dove gli scalini di uno dei due lati diventano stretti, come quelli delle piramidi. È orribile. Perché allora mio padre, senza dirlo, fa capire a mia madre che è lui che deve passare, e mia madre – ed è in questi momenti che la odio – fa quella che alla fine non doveva neanche salire, e se stava salendo, scende di spalle con ciò che portava. Così, cede il passo a mio padre. A me piacerebbe che non glielo cedesse, ma lo fa.

Quel giorno mio padre era chiuso nella sua stanza e mi chiamò. Aprì la porta e iniziò a chiamarmi gridando. Quando mi chiama in questo modo mi sento malissimo, e qualcuno che passa per strada e ascolta, pensa che a casa mia la situazione va molto male. Iniziò a chiamarmi prima con un tono quasi normale, ma dopo lo alzò sempre di più. Diceva il mio nome:

– Susana, Susana – ed io feci il più in fretta possibile in bagno, che era il posto in cui mi trovavo, e andai.

Allora mi disse, con la porta della sua stanza appena socchiusa, di scendere e dire a mia madre da parte sua che non voleva rivedere il brodo, e che se l’avesse rivisto, gliel’avrebbe tirato in faccia.

– Si papà – gli risposi, perché da circa cinque anni porto i messaggi che si mandano mio padre e mia madre.

Prima lo faceva mia sorella, così come rifare il letto e pulire la stanza di papà. Ma quando andò all’università mio padre iniziò ad odiarla e bruciare i libri. Subito lei imparò a difendersi, e ogni libro che comprava, lo nascondeva nella sua macchina. Aveva una Volkswagen rossa, tutta disordinata, e la teneva nel garage della Biondina, o più precisamente, dei genitori della Biondina. 

Faceva finta di non avere né macchina, né libri, né niente.

Così quando mio padre mi riferì il messaggio per mia madre, scesi e glielo consegnai. Mia madre era in cucina che preparava da mangiare perché non abbiamo la cameriera. Mia madre e mia nonna sono quelle che fanno tutto (tranne la stanza di mio padre, che faccio io). Mia nonna è già molto avanti con l’età ed è molto, molto vecchia e, nonostante sia di buon umore, a volte si vede che le costa fare le cose. Quando crede che nessuno l’ascolta si lamenta. Lei e mia madre si alzano molto presto, alle cinque, tutti i giorni, nonostante sia notte e faccia freddo, o sia domenica o giorno di festa. A mia nonna le piace molto ripetere il detto “Il mattino ha l’oro in bocca”, e a me sembra che me lo rinfacci perché sono pigra.

La prima cosa che fa mia madre quando si alza è quella di bere un tè così amaro che profuma persino di amaro. Dopo, lei e mia nonna iniziano a sbrigare le faccende domestiche. Quando io vado a scuola hanno già fatto quasi tutto, e quasi non mi immagino cosa faranno per il resto della mattina mia madre e mia nonna, ma quando torno la casa è ordinata alla meglio. Non dirò che è come quella della Biondina, perché a casa mia tutto è come invecchiato, come se fosse stato troppo usato. Per esempio, il tappeto.

È macchiato abbastanza per colpa dei figli dei miei fratelli ai quali, siccome sono piccoli, gli succede di tutto sul tappeto della sala, sotto gli occhi di tutti.

Una volta sentii mia madre mentre diceva per telefono alla madre della Biondina che l’unica cosa che voleva era che io trovassi la casa bella, in modo da volerci stare. Mi sentii malissimo, perché la verità è che non mi piace stare a casa mia. Puzza di tè amaro, e il tappeto mi fa schifo.

Ma ciò che più mi dà fastidio e mi ha addirittura provocato le lacrime è ascoltare, tutte le notti, il colpo che mio padre dà alla porta quando si rinchiude nella sua stanza dopo aver cenato, e il successivo colpo della porta che dà mia madre, quando si chiude nella sua stanza con mia nonna. 

Quello che dà mia madre è più lieve, ma mi suscita la stessa tristezza.

Quando ritorno da scuola l’unica cosa che voglio è rinchiudermi nella mia stanza. Se mi chiamano per mangiare, molte volte gli grido che non ho fame. Non mi piace nemmeno trascorrere il pomeriggio con mia nonna e mia madre. Quello che fanno è guardare in televisione un programma dopo l’altro; a volte si appisolano, oppure l’immagine si distorce e loro neanche se ne accorgono. È orribile. Mia madre passa anche il suo tempo al telefono, e beve molto tè, e mangia molti biscotti, però sempre con la televisione accesa. Questi sono i pomeriggi a casa mia, e per questo io attraverso il giardino e vado a cercare la Biondina, così mi insegna delle cose per essere come lei.

Come Claude ha visto prima me però poi è rimasto con lei, così succede con tutti. Con le nostre amiche a scuola. Con le madri: tutti si innamorano di lei. Io anche, perché è davvero bella. C’è qualcosa di strano: anche io sono bionda, ma nessuno mi chiama “la Biondina”; perchè?

Stavo dicendo che scesi a dare il messaggio a mia madre.

– Mamma – le dissi, – Papà dice che non vuole rivedere il brodo.

Non osai dirle che se l’avesse rivisto gliel’avrebbe tirato in faccia. Non perché avessi paura, ma perché mi dispiaceva. Mia madre ha la faccia piena dei segni che rimangono quando uno prende il vaiolo di quelli brutti, e prima si metteva tantissime creme, francesi e non, per togliere i buchi, per riempirli, non lo so, ma sta di fatto che non si sono tolti. E così le è rimasta la faccia segnata.

Quando le riferii il messaggio di papà lei stava spennando il pollo con una candela accesa, e mia nonna stava lavando i bicchieri con dei guanti di tela rossi.

Nel momento in cui gli dissi del brodo rimasero sconcertate. Si fecero un silenzio e una quiete tali che anche io rimasi sconcertata. Mi sembrò quasi di avergli annunciato qualcosa che loro si aspettavano che gli dicessi; qualcosa che implicava pericolo.

Allora ripetei il messaggio e loro si guardarono palesemente spaventate. Poi, senza dirsi nulla, rimasero a guardare i fornelli, poiché non abbiamo la stufa. Più precisamente, fissarono lo sguardo verso una delle pentole sui fornelli. La videro, e lanciarono una serie di esclamazioni fino a quando si domandarono:

– E ora che facciamo?

Mia nonna agitava i guanti di tela rossi e io tremai, come quando ero piccola. Mi fecero venire voglia di suggerirgli di non fare nulla, però mi ricordai della parte del messaggio che non avevo riferito.

Me ne andai. Non proprio: andai in bagno, che è il posto in cui ero quando papà mi gridò di andare immediatamente da lui. Non ho detto che vicino alla finestra c’è una pianta, con le foglie che di notte si drizzano e di giorno si riposano, né che quando papà gridò il mio nome queste foglie vibrarono. Quindi mi chiusi in bagno, mi misi di fronte allo specchio e mi tolsi la blusa. Avevo ancora addosso l’uniforme, perché a meno che non vada a casa della Biondina non mi cambio e rimango in uniforme fino all’ora di mettermi la camicia da notte.

Mi girai un po’ e mi guardai la schiena, di fronte allo specchio del bagno. È orribile, piena di brufoli. Orribile. Davvero. E non so cosa fare a parte toglierli, anche quando mamma mi vede farlo e si infuria, mi chiede se voglio diventare come lei. Ma io so che quello che è successo alla sua faccia è un’altra cosa e non mi spavento. Al contrario mi dà coraggio e un giorno le ho persino detto:

– Lasciami in pace.

Però il giorno del brodo rimasi chiusa davanti allo specchio più tempo del solito assorta a guardarmi la schiena, nonostante più la guardassi, più mi faceva schifo.

Ricordo che pensai molto alla Biondina, che mi sarebbe piaciuto vederle la schiena per sapere una volta per tutte se davvero lei non ha niente. Già vi ho detto che malgrado sia mia amica, a volte dubito e credo che mi nasconda delle cose. Per esempio, non si è mai messa un vestito scollato sulla schiena, si mette sempre vestiti che sono scollati davanti (forse perché quello che ha davanti è bello, e i suoi genitori glielo permettono). Per di più, non si è mai svestita davanti a me, e quando esce dalla doccia mentre si veste si tiene una vestaglia con il mento così io non la posso vedere. Invece quando mi invitò alla festa di cui vi ho già parlato, la Biondina mi fece spogliare davanti a lei, per provarmi il vestito che mi prestò. Mi fece pena e le obbedii, non mi coprii con la vestaglia nonostante fossi in mutande. Quel giorno mi fece addirittura lavare. Dalla tenda della doccia mi tirò una spugna e un sapone e, piena di entusiasmo, mi disse “Sei fortunata, sono nuovi”, come se volesse farmi sentire privilegiata o non so cosa. Ma io non mi emozionai per niente. Credo che me li diede per non farmi usare i suoi, perché le faccio sicuramente schifo.

Allora, vi stavo dicendo, che qualcosa mi faceva rimanere in bagno, qualcosa sembrava dirmi:

– Susana, è meglio che non esci.

All’improvviso, però, sentii un colpo di porta. E fu come un segnale o un ordine. Fu un messaggio a cui il mio corpo iniziò ad ubbidire quasi per conto suo. Mi vestii molto rapidamente, e scesi le scale molto agitata.

L’ordine agiva dentro di me:

Và o ti ammazzo. Mi diceva.

Così andai.

Quando arrivai all’ultima scala, le urla che sentii mi obbligarono quasi a rimanere immobile, però la voce dentro di me mi spinse in avanti fino a farmi camminare, correre, volare verso la cucina, da dove provenivano le grida.

A casa mia per arrivare alla cucina bisogna passare prima per un salottino, che è il posto in cui facciamo colazione, pranziamo, ceniamo, perché la sala da pranzo propriamente detta non ha tavolo, né lampadario, né tende, né niente: è una stanza vuota che un giorno arrederemo, per invitare tutti i nostri amici ed essere molto contenti, come mi dicevano mio padre da un lato e mia madre dall’altro quando io ero più piccola.

Così passai prima per il salottino. Quello era il posto di mio padre. Mangia solo e prima di noi tre. 

Notai che il suo tovagliolo era scombinato, come se lui avesse iniziato a mangiare e in seguito si fosse alzato e ora stesse per ritornare. Lì stavano la saliera, il pane, una serie di salse che mio padre vuole sempre che stiano a tavola, anche se non le usa. E lì stava anche il suo bicchiere di vino.

Le grida che provenivano dalla cucina non avevano un senso; erano solo grida del tipo: “Ah, ahi, ahia”. Si sentivano anche quei rumori che si producono quando si prova a non gridare e si stringono i denti. E per ultimo, una specie di lamento, o stridio, o qualcosa di simile.

In cucina, vidi mio padre di spalle. Aveva le braccia penzoloni e dalla mano destra, credo, pendeva un piatto fondo dal quale scorrevano appena alcune gocce non so di cosa. Davanti a lui vidi mia madre, la sua faccia bagnata di brodo. 

Piangeva, e il suo petto si muoveva come quello di un rospo. E lì, vicino al lavandino, c’era anche mia nonna, con la bocca aperta. E guardando attentamente più da vicino vidi che aveva le gambe aperte.

Tra le sue scarpe con i lacci, tipo stivaletto, nere, c’era una pozza simile a quella che i figli dei miei fratelli lasciano sul tappeto della sala. 

Quando mi resi conto di ciò che era successo scoppiai a piangere. Mio padre si girò e mi disse:

– Susana: allacciati la camicia.

Ero uscita dal bagno talmente di corsa, che non me l’ero abbottonata.

Quella sera arrivai a casa della Biondina più presto delle altre volte. I suoi genitori erano ancora a tavola, ma siccome la Biondina era già andata in camera sua, a malapena salutai i miei zii e andai a cercare mia cugina. Sentii i miei zii che mi chiedevano cosa mi fosse successo, però non gli risposi. Corsi solo verso la camera della Biondina.

Lei si stava preparando perché doveva andare a teatro e dopo a cena con Claude. Aveva un buon profumo, mi sembrò quello di spighe, rugiada e nebbiolina dell’alba.

Le chiesi che profumo era e, quando mi disse il nome, riscoppiai a piangere.

Piansi e piansi, e mia cugina, mentre continuava a prepararsi, mi diede una scatola di Kleenex e mi disse:

– Quando ti calmi me lo racconti, Susanita.

Non lo so, che le potevo raccontare?

Comunque, una volta che finalmente mi calmai un po’, lei mi disse che già doveva andare via, che Claude stava per passare a prenderla.

– Però domani parliamo – mi disse, e se ne andò.

Quando la vidi allontanarsi mi sembrò che il giorno dopo non avrei avuto nulla di importante da raccontarle.

Fu la volta che per tutto questo e per alcune altre cose che non capisco, vi dico che mi ubriacai.*

Traduzione italiana di Michela Guida

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MULTIMEDIA:

LIBRI DI BÁRBARA JACOBS (CNL-INBA)

INTERVISTA (Red Escolar)

Las hojas muertas (romanzo. Google Books)

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Fuente: * Dal libro Doce cuentos en contra. México, ERA, 1990. Biblioteca ERA.

 

 

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