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Cinco Décadas de Cuento Mexicano. Antología. Perea, Pitman, Taylor, Tedeschi, Valenzuela

Le primavere (Italiano)

Jesús Gardea



Lasciamo la stanza. Il patio s’infuoca sotto la luce del pomeriggio. Il sole entra diretto nel porticato e illumina una poltrona di vimini, l’unico mobile della casa esposto alle intemperie. Non vedo piante da nessuna parte, neanche il segno di vecchi sottovasi sulle mattonelle del pavimento. Il porticato è a forma di mezza luna, chiuso di fronte a me, con una parete molto alta che ha quasi perso il suo colore ocra. Ai piedi della parete c’è una piccola vasca di mattonelle. Accanto a me sento che la donna segue il mio sguardo. Sento non il suo respiro, ma il leggero interscambio del suo spirito con tutte le cose che si muovono nell’aria. È come se l’aria stesse pulendo l’albero di una barchetta segreta, ancorata al petto. Così devono suonare i nostri sogni. La vasca dev’essere stata, chissà, in passato, una fontana per i bambini e gli uccelli, mi viene da pensare. Avevo già visto, prima d’ora, una fontana di questo tipo, ma non saprei dire dove. 

La donna aspetta che io rivolga lo sguardo al punto di partenza: la poltrona solitaria, e mi dice: 

- Non è stata sempre così abbandonata come la vede ora. L’abbiamo lasciata qui perché se la mangiassero impercettibilmente le stagioni, però resiste. Mia madre mi chiede di lei tutte le mattine. Lì, mio padre Artemio, facendola sedere sulle sue gambe, le ha accarezzato le cosce e i seni fino a farle perdere la ragione. Da allora saranno passati quarant’anni.

La donna socchiude gli occhi. È bella, nonostante il vestito che porta e che le rovina le forme. Per un capriccio della madre veste di nero e usa colletti altissimi. Non capisco come possa resistere nella doppia prigionia nella quale vive, quella del vestito e quella della stanza di sua madre, che lentamente torna alla polvere.

La stanza della vecchia puzza di beverone degli inizi del secolo. Mentre la figlia parlava di me alla madre, io guardavo verso la mensola su cui stavano le scodelle, incise con lettere d’oro; sulla mensola, come in molte altre parti, il mondo stava marcendo a porte chiuse. Sentii un improvviso odio per la vecchia e mi vidi cacciarla in patio per lasciarla morire scottata dal sole e soffocata, alla fine, dall’aria limpida. Se non fosse stato per la figlia che mi annunciò che stavamo per andarcene, avrei soddisfatto la mia immaginazione.

Quando la figlia aprì la porta per uscire, la madre le disse, con voce incredibilmente limpida: “Artemio è stato la felicità e il fuoco”.

A dispetto del forte sole di aprile che ci abbraccia, la donna ed io ci muoviamo alla ricerca dell’ombra. I miei vestiti cominciano a rilasciare lo stesso odore che c’era nella stanza della malata. Mi volto a guardare la donna, imbarazzato. Ma lei sembra non far caso al fetore. Continua a guardare la poltrona. Intuisco la sua carne intima, malinconica come un vino a riposo.

Potrà dedurre la sua qualità - mi dice riferendosi al mobile – da ciò che ha sopportato.

A questo tipo di donne non mancano quasi mai i baffetti. Un’immaginazione innamorata delle cose della terra li prenderà, talvolta, come un segno di carattere vivace. Un’immaginazione come la mia.

Da quanto ha detto che tiene la poltrona fuori dalle stanze? – le chiedo fingendomi interessato.

Gliel’ho già detto – mi risponde – quaranta primavere.

I baffetti sono biondi, come il vimini. Sull’orlo c’è una serie di gocce opaline di sudore. Le asciugherei di buon grado alla donna, passando il mio dito indice, soffermandomi sul bordo del labbro perfetto, per risvegliarla di lì all’amore. 

Ma l’ha controllata accuratamente, signora? – le chiedo di nuovo; - perché succede spesso, con questo tipo di mobili, che a guardarli sembrano intatti, ma poi crollano con il peso di una mosca.

La donna, senza dirmi nulla, avanza verso la poltrona e ci si lascia cadere di schiena. Il corpo le trema allora come scosso da un’esplosione. Guardandolo ho pensato a due colombe, inaspettatamente forti. La donna ed io ci guardiamo a lungo. Lei cerca, sul mio volto, la reazione di quello che ha appena fatto. Io sono tentato di darle ciò che cerca: spalancare, stupefatto, bocca e occhi; ma non lo farò. Potrebbe leggerlo come dimostrazione del fatto che per me la poltrona, in realtà, vale un tesoro. Ho paura inoltre di battere troppo le palpebre. Gli affari sonno affari. Non dimenticarlo. Un altro sguardo potrebbe distruggermi: rimarrò fedele al tema. Una cosa, tuttavia, devo affrettarmi ad ammettere: la donna ha guadagnato in bellezza: è raggiante. Riceve, immobile, la grazia del sole del pomeriggio. 

Muove le gambe sotto il vestito per incrociarle con pigrizia. Osserva, con lo sguardo rivolto su di me, il compratore di antichità. Non mi presento mai con la cravatta alle compravendite, tanto più quando fa caldo. Devo avere un’aria parecchio trasandata. 

No, la donna non pensa agli affari. Sta aspettando che io allenti il nodo della cravatta ed esca dalla cappa d’afa paralizzante. La deludo. Il nodo è grande, come un frutto. Le mie dita lo percorrono incredule, scottandosi con la seta di un colore che non ricordo. Con la sensazione di vivere un incubo, comincio a slacciarmi, completamente, la cravatta. Rimarrà sempre un mistero per me sapere perché me la sono messa proprio oggi e non un altro giorno. La mostruosità del nodo è ovvia: mancanza di abilità nel maneggiare questi indumenti. 

La donna sbadiglia. E’ normale. Poco prima che entrassimo nella stanza della madre (bisognava chiederle l’autorizzazione per vendere il mobile e presentarle il compratore), la donna mi disse che dovevamo far presto perché lei faceva la siesta.

Levo alla fine la cravatta umida dal colletto rigido della camicia. La donna ha chiuso gli occhi e dormicchia. Spossato dal sole cerco, tardi, l’ombra di una delle colonne del porticato, una vicino alla poltrona. 

Emettendo rumori dalle labbra, la donna ormai dorme, ancora con le gambe incrociate. Non penso di svegliarla. 

Dall’ombra, mi avvicino per contemplarla a mio piacere, e poi me ne andrò.

Mi sembra quasi di sentir crepitare il sole nel cielo, tanto è il silenzio che ci circonda.

Noto che il fetore è svanito dai miei vestiti. Piano piano l’acqua di colonia e la lozione affiorano di nuovo e aiutano l’ombra nel suo compito benefico. 

I raggi del sole non alterano il biondo miele del volto della donna. Non suda neppure, a parte i baffetti. Dorme con il viso rivolto da un lato, e mi lascia intravedere un piccolo orecchio e parte della base, sulla nuca, dei capelli.

Nuda, questa donna deve abbagliare chi la guardi.

Le comprerò la poltrona, ma le dirò che può continuare ad usarla quando vuole, dato che è lì che riceve la grazia.

- Vivo di notte – mi disse di fronte alla madre – ascoltando cose della passione di mio padre Artemio: l’amore, secondo la carne.

L’ombra della parete comincia a cadere e a riempire il patio.

Cammino lentamente verso la poltrona e appoggio la mano su uno dei seni della donna.

Sto tremando, non so cosa succederà. Vedo che la donna dischiude gli occhi, velati dal sonno. Poi appoggia la sua mano sulla mia e mi dice: 

- Ritorni domani, ma presto; dovrò presentarla di nuovo a mia madre.*

Traduzione italiana di Francesca Minerva

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MULTIMEDIA:

LIBRI DI JESÚS GARDEA (CNL-INBA)

Libro di racconti Los viernes de Lautaro (Google Books)

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Fuente: * Dal libro Reunión de cuentos, México, Fondo de Cultura Económica, 1999, Letras mexicanas.

 

 

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