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Literatura en México

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Cinco Décadas de Cuento Mexicano. Antología. Perea, Pitman, Taylor, Tedeschi, Valenzuela

Angeli (Italiano)

 

Ricardo Chávez Castañeda



Con gli angeli prende senso l’immagine di due treni che si muovono in direzioni opposte e convergono per alcuni secondi nello stesso tunnel e nella stessa asfissia. Ci incontriamo. Si potranno dire cose assurde del loro tempo, come ridicolo sembrerà a loro il corso delle nostre lancette, dei nostri calendari, del nostro accumulare. Loro, gli angeli, viaggiano al contrario: verso la nostra gioventù e gli anni perduti dell’infanzia. Non sono però le creature inoffensive dei film che si proiettano fuori orario al cinema Cosmos, come matiné del sabato. Non si limitano a tornare indietro, a distrarsi, a non vivere. Non sono esseri senza coerenza.

Appaiono per la prima volta negli incubi di qualche anziano. Li prevengono dal sonno cattivo e li obbligano a uscire dalle coperte per tornare in strada. Si dedicano a questo notte dopo notte: scuoterli, buttarli giù dal letto, accendergli il televisore, metterli sulla sedia a dondolo, forzarli a pugni a vomitare il valium, le compresse di diazepan o quello che si sono presi questa volta.

L’angelo dalle mani grosse e dagli occhi luminosi, per esempio, è custode di un’anziana di un ospizio, di una sentinella e di un poeta che ha imparato soltanto a piangere delle immagini di famiglia: una ragnatela metaforica tra padre e figlio. Il poeta è solito dondolarsi sulle natiche nude, sul pavimento ruvido del corridoio, finchè l’angelo non lo obbliga a impugnare la penna, appoggiarla sul foglio e a muoverla con il tratto fino da destra a sinistra, riprendendo ognuna delle lettere della parola Condanna o Eredità o il significante per “guardiano” che può usare questa volta. Con l’anziana è sufficiente portare l’urina dal materasso alla vestaglia e dalla vestaglia tra le cosce fino a renderla asciutta.

Il sacrificio è visibile: con il tempo l’angelo smette di essere etereo. Mostra ora una cicatrice sulla guancia e si è riempito di una peluria bianca e spessa. Al contrario, la donna vede scomparire dalle sue gambe la cucitura verdognola delle arterie e il guardiano recupera uno per uno i suoi denti.

In qualche “oggi” l’angelo ha appena tolto un coltello dalla sua mano. Lei piangeva quando l’ha costretta ad avvolgersela di nuovo, a metterla un’altra volta nel secondo cassetto del comò per poi riportarlo nella tasca di suo marito.

Tuttavia, ci sono giorni benigni in cui loro sembrano vivere senza il proprio angelo. Il guardiano è tornato poliziotto, il poeta sta accarezzando il ventre gonfio di sua moglie, la donna prima anziana ha aperto le gambe e ha lasciato entrare un ragazzo stupido ma bello.

E’ una falsa indipendenza. Loro li controllano eternamente e, tuttavia, come se non bastasse, l’angelo ha iniziato a prenderne degli altri. Alla giovane bionda le ha restituito il sangue che sporcava le tende e le pareti del lavandino, le ha ricomposto le bambole, l’ha aiutata a cancellare un messaggio in ogni caso illeggibile perché l’altro angelo aveva deciso di nasconderlo a lui. Al ragazzo di trentasei anni gli ha estratto la pallottola dalla nuca.

L’angelo li accompagna e li preserva e assume ogni volta maggior visibilità. Ora ha un odore inconfondibile di legna bagnata, una delle sue dita è senza unghia; in un verso del poeta giovane si è raggiunta la fortunata evocazione di una mano posata sulla nuca.

Custodire è una faccenda che finisce per essere faticosa anche per gli angeli. Il monotono rituale di attenuare i pianti e le grida, e restituire ai cinque bambini di adesso l’espressione secca e morta dei pesci – occhi rotondi e opachi, asfissiati dal cristallo - , spinge all’ultimo sacrificio. Un paio di giorni fa è stato il turno della bambina bionda. Oggi tocca al ragazzo dello sparo, restituito a un’infanzia interrotta da sedativi e lunghe sessioni di domande che non capisce. Succede a tutti la stessa cosa. C’è un ospedale e improvvisamente l’ospedale non esiste più, e questo bambino col maglione azzurro, pantaloni corti e stivali con la punta scolorita si nasconde in una sala familiare ma deserta. La deformità che mostra l’angelo è la prova dell’immolazione. Sta agonizzando e le venature della sua fronte sono come un secondo paio d’occhi, ha il labbro inferiore livido e l’odore che emana dal collo è come carta vetrata. L’angelo abbraccia il bambino per aiutarlo con i conati di vomito e il calpestio dei piedi; lo stringe a sé nonostante lo schiaffo che gli ha appena ferito la guancia. Gli mormora qualcosa all’orecchio come alla bambina bionda, gli ferma la testa con la sua mano gigantesca come al bambino che diventerà poeta, e poco a poco fa in modo che il sangue ritorni tra le cosce. Allora l’angelo si lancia un’ultima volta ed estrae qualcosa di solido e sorprendente, come un palo che attraversava il bambino.

Poi questo bambino e quell’altro che dovrà scrivere decine di libri senza riuscire a sfuggire dal silenzio, iniziano a calmarsi. Questo bambino e il futuro poliziotto riprendono progressivamente colore. Questo bambino e chi è stata una donna vecchia, poi adulta, poi questa bambina timida dal mento diviso, azzardano un sorriso.

Ogni bambino e ogni bambina mettono poi la loro mano in quella dell’angelo e si buttano sulle strade della città davanti a ventine di persone che non mostrano di meravigliarsi del fatto che creature tanto piccole abbiano bisogno di un angelo così enorme che li custodisca.

L’ultima volta che si ritrovano, i bambini fanno scivolare lo sguardo sull’angelo senza gratitudine, senza riconoscerlo, se non fosse che fra trent’anni si sparerà un colpo alla testa e ora è con l’angelo, seduto vicino a lui, mordendo un lecca lecca. Gli altri bambini giocano con una carota, con le biglie. L’angelo, a sua volta li osserva dall’auto, senza abbassare il finestrino, con un’espressione che ricorda il gesto morto dei pesci. Gli occhi opachi e aridi della condanna, dell’eredità, del legato o del vocabolo che questa volta può usare il poeta per riempire il foglio e per finire dondolandosi nudo sul pavimento ruvido del corridoio, senza finire mai questo scritto.

Traduzione italiana di Camilla Fratini

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Fernanda y los mundos secretos (varia invenzione. Google Books)

 

 

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