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Cinco Décadas de Cuento Mexicano. Antología. Perea, Pitman, Taylor, Tedeschi, Valenzuela

La mela cotogna (Italiano)

 

Inés Arredondo



- Che penitenza hai dato al propietario di questo pegno?

- Deve baciare qualcuno del sesso opposto.

Elisa inorridì vedendo tra le mani di Laura il suo anello di scuola. Lo guardò di nuovo con la speranza di essersi sbagliata, ma alla luce del falò l’anello brillava inconfondibile. Laura e Marta la osservavano divertite, gli altri aspettavano con una lieve tensione che la feriva e dietro di lei il mare indifferente la faceva sentire ancora più abbandonata. Non ebbe il coraggio di guardare Miguel.

- Baciare il proprio fidanzato non é tanto sgradevole, non vi sembra?

La voce di Marta, la risata di Laura. Aveva voglia di gridarlo: “Non mi hanno mai baciata”, ma che loro lo sapessero sarebbe stata in quel momento l’umiliazione peggiore.

Si alzò con un coraggio impacciato e penoso, le tremavano le labbra e credeva di stare sorridendo; chiuse gli occhi senza accorgersene quando sfiorò con la sua bocca i capelli di Miguel. Marta e Laura scoppiarono in una risata superiore e un po’ artificiale.

- Tutto qui? Povero Miguel!

Era Laura. Miguel la guardò fissamente.

Prese con tenerezza la mano di Elisa e la fece sedere accanto a lui. Ci fu un silenzio pesante.

Poi il gioco continuò innocente come al solito, ma Elisa non poteva evitare di sentire una vaga vergogna di sé, una piccola angoscia che le lasciava un vuoto nel petto e le faceva sfuggire gli sguardi.

Quando fu l’ora di andare, Elisa e Miguel rimasero indietro. Comminarono per un po’ in silenzio sulla spiaggia.

- Devi perdonarle, in realtà non l’hanno fatto con cattiveria, erano solo annoiate dall’ingenuità con cui si giocava. Pensa che sono grandi e si divertono in un altro modo.

- Tu hai la loro età. Ti annoi, Miguel? – nel fare la domanda la sua voce era timida, quasi sconfitta.

Lui si fermò per guardarla: il suo viso fragile era angosciato, aveva gli occhi umidi. La abbracciò con forza, stringendo la testa contro il suo petto per proteggerla da quel pensiero ingiusto; la allontanò lentamente e le baciò le labbra. La tenerezza riempì tutto, immensa, senza fondo, e quando si guardarono rimasero abbagliati nel trovarla riunita, presente, negli occhi dell’altro. Elisa sorrise nella pienezza della sua felicità e della sua purezza, padrona inconsapevole di un mondo perfetto.

Intorno a quel momento centrale visse durante i giorni seguenti, concentrata su di sé, coprendolo e ricoprendolo di sogni. La vita tranquilla e pigra di quel piccolo luogo di villeggiatura era terreno fertile, e lei si chiuse in sé stessa come un’ostrica.

- Elisa! Elisa, la palla!

Si alzò di malavoglia, raccolse la palla e la restituì al gruppo gridando:

- Non gioco più.

Laura e Miguel erano ancora in acqua, schizzandosi e cercando di affogarsi l’un l’altro; a malapena sentiva le loro risate. La vitalità di Miguel; si sdraiò di nuovo sulla sabbia, con quella specie di delicata morbidezza che appariva nei suoi movimenti quando pensava a lui. Al sole, abbandonata a sé stessa, si assopì finché la voce di Laura non la risvegliò dal suo torpore. Aprì gli occhi sollevandosi un po’ e la guardò camminare verso di lei con lentezza, muovendo misuratamente il suo bel corpo. Aveva le mani dietro la nuca, legava sul collo le bretelle del piccolo costume a due pezzi.

- Accidenti, piccola, bel tipo il tuo ragazzo. Stavamo giocando in acqua quando mi si é slacciato il nodo delle bretelle e lui, invece di girarsi, é rimasto a guardarmi. Non ha importanza, ma te lo dico perché non pensi che sia tanto galante come sembra.

Lo disse quasi senza fermarsi, passando. Elisa, sconcertata, ignara ancora della sua nuova ferita, guardò Laura allontanarsi e si rese conto di non sentire rabbia nei suoi confronti, bensì una specie di rispetto e forse un poco di invidia. Invidia… perché Miguel l’aveva guardata in quel modo? … Era quello Miguel? … Non capiva. Non sapeva niente di niente, niente di nessuno. Era sola.

Seduta, piegò el gambe tenendole con le braccia, appoggiò il mento sulle ginocchia e rimase a guardare il mare, indifesa.

Stava ancora così quando Miguel arrivò.

- Come va?

Era triste, era colpevole. Si sedette accanto a lei, un po’ incurvato, anche lui guardava il mare.

Per la prima volta erano in silenzio senza condividerlo, ciascuno condannato alla propria debolezza, indifesi.

La madre di Elisa li chiamò a mangiare. Si alzarono pesantemente e si avvicinarono agli altri. La madre li guardò divertita. 

- Che facce! Avete litigato?

- É il sole, non succede niente, mamma.

- Allora vestitevi che stanno per servire la minestra.

Continuarono a camminare in silenzio tra le cabine, ma prima di separarsi si sorrisero con lo stesso sorriso di sempre. Niente era cambiato.

Così pensava Elisa sotto la doccia: niente era cambiato. Quando vicino alle cabine si era girata, aveva trovato negli occhi di Miguel la stessa tenerezza di quella sera, accentuata ora dall’umiltà e dall’angoscia, e aveva sentito una pietà allegra e soddisfatta, un po’ crudele, che l’aveva portata a sorridergli senza riserve, redimendolo. Da quel momento tutto era tornato ad essere come prima, e ora non riusciva a trovare i pensieri confusi e dolorosi di qualche minuto prima. Era un piccolo miracolo, imperfetto e umano, ma non se ne accorse né ci pensò più mentre si vestiva in fretta canticchiando una canzone.

Quando si rividero lui era fresco e raggiante, più allegro che mai.

Si sedettero a mangiare al lungo tavolo che, nel capannone che fungeva da ristorante, era riservato alle quattro famiglie che formavano il gruppo più unito. Dagli altri tavoli veniva una confusione confortante e contagiosa.

Laura entrò in ritardo con quel vestito blu cobalto che le stava così bene e che aveva una scollatura generosa. Senza dubbio era diversa dalle altre ragazze, dava la sensazione di andare tagliando, separando l’ambiente altrui con intenzionale incuranza.

Mentre salutava si sedette accanto a Marta che cominciò a raccontarle qualcosa. Laura non la ascoltava, mangiava lentamente guardando Miguel con la sua flemma acuta e altera. Lui fingeva indifferenza, ma era profondamente turbato; aveva dimenticato Elisa. Marta toccò Laura sul braccio per obbligarla a risponderle, ma Laura continuò il suo gioco durante tutto il pranzo. Arrivati al dolce disse a Miguel con un tono sfacciato che non le conoscevano:

- Senti, dammi una sigaretta.

Lui gliela offrì.

- E il fuoco?

Miguel si alzò chinandosi sul tavolo. La sua mano tremava un po’ nel porgerglielo. Lei lo prese per il polso con fierezza e lo trattenne così, molto vicino, finché lasciò uscire la prima boccata di fumo, lenta, carezzevole, che sfiorò il viso dei due con il suo tenue mistero lentissimo. Lo guardava negli occhi, fissamente, con una serietà strana e animale. Si accorse che li stavano guardando e scoppiò in una risata vittoriosa. 

- Che brava attrice sarei, vero? Ma Miguel non ha il senso della recitazione.

Si chinò un po’ sul tavolo portando avanti una spalla e socchiuse gli occhi esageratamente, imitando le attrici del cinema muto. Sembrava che stesse solo esagerando il gioco. Risero tutti tranne Marta e la madre di Elisa. Laura guardava con aria di sfida, da un piano di una superiorità sconosciuta, Miguel. Lui abbassò gli occhi, sconfitto. Elisa, rimpicciolita e tesa, li osservava.

Intanto, gli altri cominciarono ad alzarsi per andare a fare la siesta. Marta si portò via Elisa. Il mare sonnecchiava.

- Marta, tu credi che Miguel mi ami? – non avrebbe mai voluto chiederlo, a nessuno, neanche a lui stesso. Rompeva qualcosa di sacro. Si sentiva vigliacca.

- Si, ti ama, e molto, solo che…

- Che?

- Non lo so.

Ma lo sapeva.

- É colpa mia?

- Cosa? No, tu sei una bambina. E Miguel ti ama più di chiunque altro, più di qualsiasi altra cosa, ma non chiedermi altro. Miguel é un idiota; anche se é mio fratello, é un idiota.

Era furiosa, ma mentre gesticolava e si agitava si vedeva che era una rabbia nata dall’impotenza la sua. Perché era così furiosa? Cosa stava succedendo?

C’erano nuvole all’orizzonte e in mezzo il sole tramontava adagio. Il mare lento, pesante, brillava sulla superficie con una luce argentata, che feriva, ma sotto, il suo corpo terroso era paralizzato.

Elisa sentiva dentro il suo petto quella mereggiata torbida. Un attimo prima era andata al centro del paesino a prendere il caffè per la cena e aveva visto Miguel e Laura uscire dalla gelateria. Erano raggianti, come due contendenti che stessero lottando per vanità, sicuri di una vittoria comune. Miguel era diverso da come lei lo conosceva: aggressivo e leggermente fatuo, con una volontà di dominio su Laura, con una disinvoltura baldanzosa e un po’ volgare che lei non gli aveva mai visto. Era diverso, ma attraente, molto più attraente di quanto aveva creduto.

Questo fatto, il non averlo visto bene, non averlo scoperto, la umiliava più che l’averlo perso. Perché ormai era chiaro: Miguel preferiva Laura, e lei, Elisa, non oppoteva opporre nulla all'inevitabile. L’unica cosa che riuscì a fare fu appiattirsi, sgattaiolare via e poi correre, correre fino a trovarsi sulla spiaggia di casa sua, davanti al mare, sola.

Il mare si contorceva nella risacca finale, fangoso, risentito. Elisa aveva freddo. La sfinivano il dolore e lo schifo, uno schifo ingiustificato, un dolore brutale. Tremava, ma non riusciva a piangere. Qualcosa la induriva: l’ingiustizia, la terribile ingiustizia di essere chi era, di non essere Laura, e la sconfitta mostrusa dell’essere inerme, di essere solamente una vittima.

Ora che tutto era finito vedeva che non rimaneva quasi nulla di sé stessa: lei era, era stata il suo amore, quell’amore che ormai non serviva più. Non era niente, nessuno, sentiva il suo annichilimento, ma non poteva compatirsi, si odiava per essere lei, solamente lei, quella che Miguel aveva smesso di amare. “Per colpa tua, tutto per colpa tua”, si ripeteva. “Perché sei una bambina”… forse, ma in ogni caso perché era come era.

Pensò che sua madre doveva stare stirando il suo vestito per il ballo in maschera di quella sera… Ormai niente aveva senso; il futuro, prossimo o lontano, era vuoto, ostentosamente vuoto e ridicolo. L’ubriachezza della disperazione la calmava: smetteva di pensare, anche se non riusciva a piangere.

Sentì dietro di sé la voce di sua madre.

- Elisa, hai portato il caffè?... Che fai lì? Ormai é sera.

Era vero.

Si alzò con difficoltà. La voce di sua madre aveva alleviato la sua disperazione. Forse non era stato vero. Quello che era vero, quello che era presente, senza cedere, era la tristezza. 

Entrò nella casa dolcemente illuminata. Suo padre, con la sigaretta in bocca, sistemava gli arnesi da pesca e ascoltava distratto la madre che parlava dalla cucina. La guardò birichino, con quello sguardo di allegra complicità che tra loro era come un linguaggio in codice. Elisa si sentì indegna, strana.

Apparecchiò meccanicamente.

- Non viene Miguel a cena? – chiese suo padre avvicinandosi.

- No.

Il padre rimase stupito ma non chiese niente, rimase solo a guardarla, poi le sorrise e le fece una carezza sulla guancia. Il dolore la ferì ancora più profondamente pensando alla tristezza che avrebbe provato vedendola soffrire senza poter fare nulla.

- Devi sbrigarti, dovresti essere già vestita – disse la madre sedendosi a tavola.

- Non ci vado, mamma.

- Come non ci vai? Il tuo vestito é pronto – la guardò negli occhi e si zittì – Serviti – le disse con dolcezza.

Il padre e la madre parlavano tra loro fingendo di ignorare che lei era triste, ma senza accorgersene abbassavano il tono della voce.

Quando si sentirono i passi di Miguel nell’ingresso, Elisa rimase immobile, senza quasi respiro. Miguel entrò vestito da Pierrot; era allegro. A Elisa sembrava di stare vivendo una scena di un altro momento, di un atto ormai passato. Lui fece un teatrale saluto fino a terra e i genitori risero contenti e sollevati.

- Non ti sei ancora vestita? Sbrigati. Pierrot non può vivere senza la sua Colombina. Non vedi quanto bisogno ne ha, poverino?

Anche così vestito suonava strano sentire Miguel usare quel tono falso. Voleva essere simpatico per farsi perdonare una colpa che lui credeva segreta. Ma voleva farsi perdonare, l’importante era quello. Ed era lì, e la guardava. Qualcosa cominciò a ronzare nella testa di Elisa. Non capiva nulla, ma non le importava. Andò di corsa in camera sua, aveva la gola stretta; l’emozione torturava il suo corpo. Cominciò a vestirsi in fretta, in fretta, in una frenesia che poco a poco cominciò a diventare di gioia, una gioia così folle che la fece ridere sommessamente, a fiotti, con un poco di malignità, con molto di liberazione; girava per la stanza, ballava, si fermava, non sapeva che fare con le sue mani, con la sua risata, con la sua gioia. Si trattenne: “Mi aspetta, sta aspettando me, me.” Così naturale e così straordinario. Si guardò nello specchio, grata, affettuosa con sé stessa. Di nuovo aveva piena fiducia. 

Quando torno nel salotto era raggiante. Non sapeva come, ma aveva vinto, era ciecamente felice.

- Come sei bella!

Roca, insicura, la voce di Miguel era completamente sincera, interamente sua.

Quando arrivarono alla festa, la musica, il caldo e le luci li stordirono. A Elisa tutto sembrava un sogno, l’essere lì, con Miguel, il fatto che tutti li salutassero gioviali, come se non fosse successo niente. In effetti, non era successo niente. Qualcosa di caldo la inondò come un vino tiepido bevuto in un sorso. Ballavano. Lei era di nuovo al centro di quel mondo incredibilmente equilibrato che aveva creduto perduto per sempre. 

All’improvviso, vestita da pirata, con i suoi chiari occhi taglienti, comparve Laura tra le coppie; si avvicinò a loro. Portava una mela cotogna in mano. Guardava direttamente Miguel, ignorandola completamente. Miguel esitò, si fermò. Il viso di Laura era quasi attaccato al suo, li separava soltanto la mela cotogna che Laura interponeva con civetteria.

- Vuoi? – gli chiese mentre mordeva il frutto, invitandolo, quasi obbligandolo a mordere, anche lui, nello stesso punto, quasi con la stessa bocca. Nei suoi occhi c’era una sfida vinta; nella sua voce lo stesso sapore aspro e provocante della mela cotogna. Miguel rabbrividì. Ma Elisa aveva capito. Quell’odore, quella vicinanza tra Laura e Miguel, bramosamente nemica, le avevano permesso di capire. Dolcemente avvicinò il suo corpo a quello di Miguel e questo ebbe il potere di sciogliere l’incantesimo. Ballando si allontanarono da Laura. Elisa si rese conto vagamente che l’amore non ha un solo volto, e che era entrata in un mondo imperfetto e saggio, difficile; ma si rallegrò di una gioia nuova, una gioia dolorosa, di donna.*

Traduzione italiana di Elisa Rossi Hernandez

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MULTIMEDIA:

LIBRI D' INÉS ARREDONDO (CNL-INBA)

Racconti (Google Books)

”Mariana”, in voce di Yuriria Contreras (Descarga cultural, UNAM)

“Profética presenta a Inés Arredondo”, Frank Loveland (You Tube)

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Fuente: * Dal libro Cuentos completos, México, FCE, 2011.

 

 

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